Lo stalker e la sua vittima

giugno 11th, 2009 by marica

Quante volte ci è capitato di sentire, di leggere o di vedere una situazione simile a quella dei due protagonisti presi come esempio. Una volta, forse, è capitato  anche a noi. uomo

donna
Forse non è proprio un ex fidanzato, forse è un collega, una persona che si conosce di vista o con la quale non si è mai parlato, che ha deciso per varie ragioni o forse per nessuna che l’unico oggetto della sua attenzione diventiamo noi, esclusivamente noi. Si tratta di un’attenzione così intensa, che provoca un forte bisogno di controllo e si manifesta spesso nel seguire, molestare la propria “preda”.

Qualsiasi parola o movimento della  “vittima” può essere interpretato dal molestatore secondo uno schema mentale già stabilito. Nel momento in cui vi è la presa di coscienza che l’oggetto del controllo non può essere posseduto, si possono verificare anche atti molto violenti. Esistono diverse parole per denominare questa situazione, la più frequente è il vocabolo  inglese: “stalking”. Ascoltiamo increduli notizie televisive, leggiamo articoli su giornali e riviste e la parola stalking ci appare quasi ogni giorno con esiti sempre più drammatici. Ma cosa vuol dire? Questo vocabolo, così comune, deriva dal verbo to stalk, che si può tradurre con l’espressione “camminare impettito”. Alla radice “stalk” è stato aggiunto “ing”  che, come il suffisso italiano “ando”, ci mette nella condizione di pensare che una certa situazione o determinata azione del verbo è in corso, che non si ferma L’azione, quindi, non ha avuto termine, continua nel tempo.

Inoltre, grazie  alla bioenergetica sappiamo che una persona, che cammina impettita, con il torace più o meno gonfio, sovra-sviluppato, può dare l’impressione di avere forza, potere, di voler dominare. Lo stalker guarda dritto a sé per controllare la situazione, per non perdere d’occhio una persona, che nel caso specifico diventa la sua vittima. Infatti stalking è legato a verbi italiani quali: “inseguire, cacciare” e rappresenta, quindi, una serie di comportamenti che includono: pedinamenti, telefonate, lettere, appostamenti, minacce, aggressioni ed intrusioni continue nella vita privata, lavorativa (o scolastica) di una persona. Sono caratteristiche dello stalker azioni che implicano il ripetuto e persistente tentativo di imporre ad un’altra persona comunicazioni non desiderate o contatti che suscitino paura. Parlando di stalking si parla quindi, in sintesi, di persecuzioni e molestie insistenti.

Il 23 Febbraio di quest’anno è nato anche il Decreto Legge n. 11, (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale –  25 febbraio 2009), che introduce l’articolo 612-bis “atti persecutori” del codice penale. Nel comma 1 si può leggere che: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.».

Il problema dello stalking non ha quindi solo una valenza sociale e psicologica, ma anche una connotazione penale, in cui vi è la presenza imprescindibile di una vittima e una persona che compie un reato.

I comportamenti dello stalker, come si può trovare nel DL sopra citato, sono caratteristici in quanto sono ripetuti nel tempo (almeno 10 episodi in un mese) e consistono in una serie di minacce riguardo la sicurezza della  stato psicologico caratterizzato da paura e un forte disagio.

È importante ricordare che le persecuzioni diventano un atto di violenza, a prescindere dal fatto che predicano o meno un attacco fisico.

Nello specifico le azioni comuni del predatore si possono sintetizzare nel seguente elenco:

  • atti vandalici nella casa della vittima;
  • appropriazione della posta della vittima;
  • deposizione davanti casa o sul posto di lavoro della vittima di oggetti o fiori non graditi;
  • osservazione della vittima da lontano;
  • recupero e appropriazione di oggetti della vittima,
  • pedinamenti della vittima;
  • danneggiamento od incendio dell’automobile della vittima;
  • molestie telefoniche o per lettera/mail.

Alcuni dati statistici stabiliscono che: la tipologia delle risposte emotive della vittima sono all’interno delle seguenti percentuali:

  • 83% aumento dell’ ansia;
  • 25% aumento nel consumo di alcool/ tabacco;
  • 37% disturbo post traumatico da stress (PTSD);

Inoltre l”impatto delle persecuzioni sulla vittima sono:

  • 94% cambiamento nel modo di vivere;
  • 70% diminuzione delle attività sociali;
  • 53% cambiamento o cessazione del lavoro;
  • 39% cambiamento di residenza.

Per lo stalker perseguitare è l’azione fondamentale, che serve per ottenere informazioni sulla propria vittima, per poterla poi controllare e aggredire.

Dietro tutto ciò si può celare la paura dell’abbandono, infatti il predatore inizia spesso la sua persecuzione dopo la rottura di una relazione, perché desidera ricominciare il rapporto o vendicarsi di qualche presunta offesa.

Se, invece lo stalker soffre di un disturbo mentale grave, il legame con la vittima diventa di natura decisamente instabile ed emerge, di conseguenza, la paura del rifiuto e il terrore dell’ abbandono, tanto forte da arrivare all’odio estremo e a reazioni  anche molto violente.

Studi riguardanti le denunce di persecuzioni hanno stabilito che:
il 21% della popolazione è vittima di stalking;

  • l’86% delle vittime sono donne;
  • il 66% delle vittime ha un’età compresa tra 18 e 25 anni;
  • l’85% degli stalkers è un maschio;
  • l’80% degli stalkers è un conoscente;
  • l’80% degli stalkers è adattato socialmente;
  • il 70% degli stalkers ha una personalità rigida;
  • il 55% degli stalkers è un partner o un ex;
  • Il 45% degli stalkers è tra i 20 e i 40 anni;
  • Il 25% degli stalkers è un offensore recidivo;
  • Il 20% degli stalkers soffre di disordini di personalità;
  • Il 5% degli stalkers soffre di psicosi;

Un caso silente di stalking

Queste percentuali, anche se molto alte e preoccupanti non possono essere realmente rappresentative della popolazione presa in esame. Infatti, sono dati presi da persone che hanno avuto il coraggio di parlare, di denunciare una situazione oggi considerata un vero e proprio reato. Qui di seguito troverete un breve racconto tratto da un’intervista a diverse donne italiane, che si sono offerte di rispondere a qualche domanda e hanno accettato poi la mia proposta di un articolo. Mi è sembrato interessante riflettere su un avvenimento, che non ha ancora avuto nessun esito, in modo che il lettore possa cercare, progettare soluzioni possibili, perché lo stalking, la violenza, i soprusi e le manipolazioni non siano fermati solo con la punizione dell’aggressore, ma anche con il rafforzamento della vittima, guidandola verso comportamenti che possano indebolire la forza della persona che esercita qualsiasi tipo di violenza. L’attuale legislazione e un adeguato percorso terapeutico della vittima potrebbero evitare in futuro casi di stalking, di mobing e di violenza drammaticamente presenti oggi nel nostro paese. Eccovi una storia, la cui ambientazione e i protagonisti non sono reali, per ovvi motivi di privacy, ma i meccanismi relazionali e psicologici purtroppo non solo sono veritieri, ma anche spaventosamente frequenti.

Una giovane donna, intelligente, di bella presenza, si rivolge allo psicoterapeuta, in realtà, per uno dei suoi due figli. Facendo il primo colloquio con i genitori si percepisce  il loro accordo nelle problematiche del ragazzo, ma anche una rabbia sotterranea, silente e mascherata tra loro. Nel loro percorso coniugale  vi sono stati diversi tentativi di separazione, e altrettante riconciliazioni caratterizzate da sopraffazioni aggressive da una parte e adeguamenti passivi e dolorosi dall’altra. Lucia, la nostra protagonista, era davvero molto giovane, quando decise di sposarsi con Luca. Entrambi avevano un buon lavoro, impegnati, lui nello sport e lei in azioni di volontariato. Luca, a parte lo sport, era un tipo solitario ed era stato attratto da Lucia perché piena di vita e circondata sempre da amici e parenti. Sembravano molto innamorati, molto vicini e dopo il matrimonio diedero alla luce un primo figlio. I primi problemi nacquero quando dopo la maternità la giovane donna ricominciò a lavorare. Tra le ore fuori casa e il figlio non riusciva ad essere più presente come prima nei confronti del marito. Cominciarono le prime liti. Luca rimproverava alla moglie di non dedicarsi alla famiglia, lei riflettendo cercava di essere più disponibile nei confronti del marito, e chiese quindi un part-time. Essendo lei piena di vita dopo il lavoro e mentre il figlio era a scuola si trovò altri interessi, come palestra e collaborazioni con diverse associazioni. Il marito, per un po’ sembrava accettare la situazione, poi cominciò dire che invece di andare in palestra avrebbe potuto sistemare meglio casa e badare di più al figlio.

Lucia soffriva e discuteva con il marito, ma cedeva per amore della famiglia e dopo qualche tempo nacque un altro figlio. La famiglia si allargava e Lucia per contribuire alle spese familiari si licenziò e andò a lavorare in un’altra azienda, otto ore al giorno, fuori città. Il marito andò in cassa integrazione, e restava tutto il giorno in casa senza cercarsi altra occupazione o rassettare e organizzare la casa. Lucia quando arrivava a casa, aveva i figli da accudire, la casa da sistemare e il marito, ogni giorno sempre più nervoso e scontroso. Per un bicchiere rotto o per una lampadina bruciata volavano schiaffi, pugni e calci sia ai figli, che a Lucia, la quale, a volte rispondeva all’aggressività, ma spesso subiva per smorzare la situazione.

Passava il tempo e Luca diventava sempre più nervoso, mentre Lucia cercava di mantenere un equilibrio lavorativo e familiare. Il marito, essendo ormai da diversi mesi a casa, seguiva la moglie di nascosto, raccontava ai figli che la madre usciva per divertirsi senza di loro; diceva, inoltre ad amici e parenti che Lucia era una donna che pensava solo alla carriera e se ne fregava della famiglia. Il marito quindi stava facendo terra bruciata intorno alla moglie, la minacciava di toglierle i figli, poi senza pensarci due volte le mandava in ufficio rose rosse con biglietti d’amore.

Lucia ricominciò a fumare,  era ansiosa, non sapeva più cosa fare ed entrò in uno stato depressivo caratterizzato da un forte senso d’impotenza. Subiva le minacce, le aggressioni del marito, rimanendo ferma e zitta, perché qualsiasi cosa dicesse o facesse, Luca riusciva a rivoltarla contro di lei. Presa da disperazione un giorno chiese al marito di rivolgersi a uno psicoterapeuta per il primo figlio, che, ormai adolescente, non andava bene a scuola, non aveva amici e rimaneva tutto il giorno attaccato al computer. Luca, dopo molte perplessità, accettò di rivolgersi a uno psicoterapeuta anche perché aveva il bisogno di far corrispondere il figlio alle sue idee di perfezione, Come lui, quando era giovane, doveva essere intelligente, sportivo e pieno di ragazze.

Il ragazzo dopo qualche mese di trattamento cambiò scuola, scelse una strada più pertinente alle sue potenzialità e i suoi voti migliorarono, inoltre, con sorpresa di entrambi i genitori si trovò la fidanzata e si fece amico di molti dei suoi compagni di scuola. Visti i risultati, Lucia chiese a Luca di rivolgersi a un terapeuta anche per i loro problemi coniugali, ma il marito accettò solo qualche incontro con un mediatore familiare dove il marito boicottava ogni proposta di cambiamento. Lucia allora si rivolse da sola a un terapeuta ed imparò qualche strategia per interagire con il marito, per alleviare l’aggressività e per non cadere vittima delle minacce e sopraffazioni di Luca. Attualmente la nostra protagonista vive fuori casa con i figli che vedono quotidianamente il padre e sta lavorando su se stessa non tanto per una separazione dal marito, quanto, cosa senz’altro ancora più importante, per non cadere vittima indebolendo così la potenza del suo stalker, marito e padre dei suoi figli.

Solo il futuro potrà svelare se  la famiglia continuerà nella strada della separazione o ci sarà una riconciliazione di Luca e Lucia, ma l’importante è che almeno uno dei due coniugi si sia reso conto del bisogno di aiuto e abbia avuto il coraggio di rivolgersi a qualcuno per essere supportato in modo adeguato. Lucia non ha sporto denuncia anche se ha pensato di farlo, sta riflettendo ancora su come risolvere la situazione nel modo migliore per sé, ma soprattutto per i suoi figli. Attualmente Luca è meno aggressivo, si occupa dei figli quando Lucia non c’è ed è molto sconcertato dalla fermezza priva di paura e aggressività della moglie. In una qualche maniera Lucia ha alleviato non solo il bisogno di controllo, le minacce e i soprusi, ma anche, in una qualche maniera la sofferenza del marito.

Che cosa può fare la vittima per difendersi dallo stalker?

La risposta a questa domanda, come abbiamo visto, è molto complessa in quanto  ogni singola situazione ha caratteristiche proprie e uniche.

È importante che si diffonda il più possibile il significato di stalking e soprattutto i comportamenti caratteristici dello stalker, in modo da riconoscerli fin dall’inizio. Infatti è proprio nei primi momenti che la difesa è davvero efficace e importante. Più il tempo passa, più le risposte al proprio predatore diventano caratterizzate da paura, confusione e impotenza, elementi importanti che alimentano invece la forza dello stalker. Tuttavia è importante un rifiuto fermo unico, senza possibilità di replica e possibilmente privo o povero di aggressività o contro-minacce. Fondamentale è non permettere che il predatore si possa illudere e quindi cercare di dare risposte semplici e chiare. È importante poi rivolgersi a persone specializzate come psicoterapeuti e operatori delle forze dell’ordine per essere sostenuti, consigliati, aiutati e difesi nel migliore dei modi possibili, evitando così eventuali violenze irreparabili.

In ogni caso è bene conservare tutte le informazioni che si possiedono sul persecutore e tutte le possibili tracce, come lettere, sms, messaggi in segreteria telefonica, mail, etc,.

D.ssa Marica MalaguttiViale Cavour, 133     44100 FerraraTel:347-3100992

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3 Responses to “Lo stalker e la sua vittima”

  1. lulu Says:

    Esiste anche lo stalking femminile. Quando la stalker è una donna il problema è più complesso, il problema è da valutare in modo più accorto e sottile. Gaetano Giordano e Fabio Nestola hanno condotto uno studio interessante sullo stalking femminile. Quando una donna colpisce un’altra donna in realtà chi vuole colpire è il suo ex fidanzato, ex amante o ex marito. Vuole fargli terra bruciata intorno. Lo stalking femminile è un fenomeno che colpisce trasversalmente, non è diretto come quello maschile. Può verificarsi il fatto che le due donne (la stalker e la nuova compagna) siano in realtà ENTRAMBE delle VITTIME. Intendo dire vittime di un uomo con qualche disturbo comportamentale o di personalità (ad esempio un disturbo narcisistico di personalità). Di questo gli inquirenti, avvocati, polizia pm ecc, dovrebbero tenere conto quando si trovano a dover giudicare una stalker donna. Con questo non voglio assolutamente fare un’apologia della stalker donna (che compie un reato odioso) ma VOGLIO INVITARE COLORO CHE SI OCCUPANO DI QUESTI REATI A VEDERE QUESTI CASI DA UN PUNTO DI VISTA DIVERSO. Soprattutto vorrei invitare le donne a non farsi la guerra tra loro. Ci sono uomini che non sanno chiudere con sincerità e franchezza le relazioni, uomini che trascinano rapporti ambigui e relazioni parallele, uomini che maltrattano psicologicamente la donna che intendono lasciare. VISTO CHE NOI DONNE QUESTE COSE LE SAPPIAMO … NON FACCIAMOCI LA GUERRA!

  2. GS test demo Says:

    LO STALKER E LA SUA VITTIMA | Studio Psicoterapico

  3. Noella Says:

    Hey ᥙn mio amico mi ha twittato lа url di questo sito e sono passato a vedere com’è.
    Mi рiace enormemente. Aggiunto tra i preferiti. Bellissimo blog e grafica spettacօlare

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