13 enne allontanato dalla mamma perché effeminato: il dramma dei minori che rimangono soli.

maggio 4th, 2017 by marica


Ci sono diversi casi che come professionista, ma anche come semplice lettrice della stampa mi fanno pensare o meglio preoccupare rispetto alle famiglie di oggi.
Le separazioni sono all’ordine del giorno, ma purtroppo sono solo la fase opposta dei matrimoni, in cui si rimane legati non per amore, ma per odio.
Non si può parlare quindi di vera separazione perché non vi è libertà.
I genitori continuano a lottare uno contro l’altro e i figli ne subiscono le conseguenze.
Anche se ci sono diversi strumenti istituzionali, pubblici e privati che intervengono a sostegno di queste problematiche, ancora molte cose non funzionano, ancora la sofferenza sovrasta non solo gli attori principali della separazione, ma anche figli e parenti.
Non è possibile che come si legge sui giornali un ragazzino di 13 anni venga allontanato dalla mamma per un comportamento effeminato, ma anche in altri casi per alta conflittualità o ancora perché non vuole vedere uno dei genitori.
Sul caso del ragazzo effeminato il dispositivo del tribunale dei minori di Padova scrive: «…tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio. Il suo comportamento è legato quasi esclusivamente a figure femminili. Detiene un’Identità sessuale incerta – L’adolescente non potrà, dunque, più stare con la madre. Madre con cui il rapporto, secondo il Tribunale, era viziato da “aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale”. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale, il 13enne si era presentato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto alle unghie e brillantini sul viso. Tanto è bastato a decretare l’allontanamento dalla famiglia nonostante la replica della madre secondo cui il ragazzo si era presentato truccato solo in occasione di una festa di Halloween in terza elementare. In ogni caso, ha sottolineato la donna, “se anche fosse omosessuale per me non sarebbe certo un problema…”».
Sarebbe interessante valutare la realizzazione personale e lavorativa di chi ha passato gli anni dell’infanzia e/o adolescenza in una comunità.
Dopo anni di esperienza nel mio lavoro ho raccolto testimonianze di giovani adulti che sono stati istituzionalizzati e la sofferenza di queste persone è veramente grande, ma quello che ha detto una bambina di appena 5 anni fa veramente riflettere.
Un giorno mentre descriveva un episodio del suo breve passato, ha esordito riferendosi alla comunità in cui era stata inserita: “quando ero in nessun posto…” come possiamo pensare che un minore possa imparare, giocare, crescere in modo adeguato senza un affetto e un punto di riferimento importante?
Sicuramente se un bambino manifesta problematiche scolastiche e relazionali dovrà frequentare un “dopo scuola“, laboratori per migliorare e crescere in modo consono e i genitori potranno fare percorsi personali o sulla genitorialità, ma spezzare legami affettivi può creare danni ben più gravi di quelli iniziali.
È importante sapere infine che la deprivazione o carenza di cure materne viene indicata come un quadro di ritardo evolutivo composito, in quanto relativo a tutti gli aspetti dello sviluppo fisico e psicologico e che colpisce soggetti che nell’infanzia non hanno ricevuto cure adeguate.
Bowlby nel 1951 ha sostenuto che i bambini privati dell’opportunità di instaurare una relazione di attaccamento avrebbero sviluppato un carattere anaffettivo. Negli anni 70’ diversi studi hanno dimostrato che il grave ritardo evolutivo che caratterizzava i bambini che crescevano in un istituto non era dovuto alla separazione della madre in sé ma dipendeva direttamente dalle condizioni carenti, in primo luogo in termini relazionali, della vita di istituto.
Occorre quindi una ricerca approfondita e longitudinale per valutare i metodi di sostegno famigliare presenti nel nostro Paese e in questo caso prendo spunto da quello che mi ha detto un ragazzo che fin da bambino entrava in comunità e poi regolarmente scappava a casa proprio da quei genitori che erano stati definiti maltrattanti. ” Io non ho niente contro la comunità anche perché mi aiutano a studiare, ma ho voglia della mia mamma, del mio papà e dei miei fratelli”.
La soluzione trovata insieme al ragazzo e agli operatori sociali è stata quella di inserire il ragazzo in una struttura non lontana da casa, introdurre telefonate quotidiane e il rientro a casa il venerdì pomeriggio dopo i compiti e per tutte le feste.
Il compromesso trovato in questo caso ha aiutato sia il ragazzo che i genitori a superare il dolore della lontananza e di costruire un progetto concreto di cambiamento

Ci sono diversi casi che come professionista, ma anche come semplice lettrice della stampa mi fanno pensare o meglio preoccupare rispetto alle famiglie di oggi.
Le separazioni sono all’ordine del giorno, ma purtroppo sono solo la fase opposta dei matrimoni, in cui si rimane legati non per amore, ma per odio.
Non si può parlare quindi di vera separazione perché non vi è libertà.
I genitori continuano a lottare uno contro l’altro e i figli ne subiscono le conseguenze.
Anche se ci sono diversi strumenti istituzionali, pubblici e privati che intervengono a sostegno di queste problematiche, ancora molte cose non funzionano, ancora la sofferenza sovrasta non solo gli attori principali della separazione, ma anche figli e parenti.
Non è possibile che come si legge sui giornali un ragazzino di 13 anni venga allontanato dalla mamma per un comportamento effeminato, ma anche in altri casi per alta conflittualità o ancora perché non vuole vedere uno dei genitori.
Sul caso del ragazzo effeminato il dispositivo del tribunale dei minori di Padova scrive: «…tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio. Il suo comportamento è legato quasi esclusivamente a figure femminili. Detiene un’Identità sessuale incerta – L’adolescente non potrà, dunque, più stare con la madre. Madre con cui il rapporto, secondo il Tribunale, era viziato da “aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale”. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale, il 13enne si era presentato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto alle unghie e brillantini sul viso. Tanto è bastato a decretare l’allontanamento dalla famiglia nonostante la replica della madre secondo cui il ragazzo si era presentato truccato solo in occasione di una festa di Halloween in terza elementare. In ogni caso, ha sottolineato la donna, “se anche fosse omosessuale per me non sarebbe certo un problema…”».
Sarebbe interessante valutare la realizzazione personale e lavorativa di chi ha passato gli anni dell’infanzia e/o adolescenza in una comunità.
Dopo anni di esperienza nel mio lavoro ho raccolto testimonianze di giovani adulti che sono stati istituzionalizzati e la sofferenza di queste persone è veramente grande, ma quello che ha detto una bambina di appena 5 anni fa veramente riflettere.
Un giorno mentre descriveva un episodio del suo breve passato, ha esordito riferendosi alla comunità in cui era stata inserita: “quando ero in nessun posto…” come possiamo pensare che un minore possa imparare, giocare, crescere in modo adeguato senza un affetto e un punto di riferimento importante?
Sicuramente se un bambino manifesta problematiche scolastiche e relazionali dovrà frequentare un “dopo scuola“, laboratori per migliorare e crescere in modo consono e i genitori potranno fare percorsi personali o sulla genitorialità, ma spezzare legami affettivi può creare danni ben più gravi di quelli iniziali.
È importante sapere infine che la deprivazione o carenza di cure materne viene indicata come un quadro di ritardo evolutivo composito, in quanto relativo a tutti gli aspetti dello sviluppo fisico e psicologico e che colpisce soggetti che nell’infanzia non hanno ricevuto cure adeguate.
Bowlby nel 1951 ha sostenuto che i bambini privati dell’opportunità di instaurare una relazione di attaccamento avrebbero sviluppato un carattere anaffettivo. Negli anni 70’ diversi studi hanno dimostrato che il grave ritardo evolutivo che caratterizzava i bambini che crescevano in un istituto non era dovuto alla separazione della madre in sé ma dipendeva direttamente dalle condizioni carenti, in primo luogo in termini relazionali, della vita di istituto.
Occorre quindi una ricerca approfondita e longitudinale per valutare i metodi di sostegno famigliare presenti nel nostro Paese e in questo caso prendo spunto da quello che mi ha detto un ragazzo che fin da bambino entrava in comunità e poi regolarmente scappava a casa proprio da quei genitori che erano stati definiti maltrattanti. ” Io non ho niente contro la comunità anche perché mi aiutano a studiare, ma ho voglia della mia mamma, del mio papà e dei miei fratelli”.
La soluzione trovata insieme al ragazzo e agli operatori sociali è stata quella di inserire il ragazzo in una struttura non lontana da casa, introdurre telefonate quotidiane e il rientro a casa il venerdì pomeriggio dopo i compiti e per tutte le feste.
Il compromesso trovato in questo caso ha aiutato sia il ragazzo che i genitori a superare il dolore della lontananza e di costruire un progetto concreto di cambiamento.

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/01/14/13-enne-allontanato-dalla-mamma-perche-effeminato-dramma-dei-minori-rimangono-soli


Strage Ferrara: «quando l’amore tace la morte parla»

gennaio 13th, 2017 by marica

Non è possibile! Ha la mia età e abita in provincia di Ferrara, lo potrei conoscere oppure potrei essere amico di persone che lo conoscono… come ha potuto solo immaginare di far del male ai suoi genitori e ha addirittura organizzato la loro morte.

Mamma, mi dici perché?

Così ha esordito mio figlioquando ha saputo dell’omicidio di due persone uccise in modo premeditato, quindi pensato, organizzato dal loro stesso figlio 16 enne, che ha chiesto all’amico di compiere il massacro in cambio di 1.000 euro.

Il fatto che non andasse bene a scuola che uscisse alla sera che magari fumasse degli spinelli non può essere considerato una causa, ma un campanello d’allarme che può suggerire che qualcosa non va, anzi che tutto non va.

Tutti siamo pronti a giudicare e a trovare una spiegazione. Perché secomprendiamo abbiamo la speranza o meglio l’illusione di controllare la realtà che ci circonda ed evitare che la paura, il dolore, la violenza e l’orrore entrino nelle nostre vite e ci sovrastino.

Quante persone, quanti genitori avranno ascoltato e letto di questa tremenda tragedia paragonando la propria vita a quella dei protagonisti di questa storia. È un meccanismo inevitabile, inconscio.

In questi casi occorre invece fermarci e rimanere in silenzio. Due ragazzi, minorenni, hanno eliminato due genitori e non è tanto importante la motivazione a cui possono giungere gli inquirenti, quanto la distruzione di quello che dovrebbe essere l’amore più profondo e grande: quello tra genitori e figli.

Cosa posso rispondere ora a mio figlio? Se parlassi professionalmente sarebbe inevitabile rispondere che il legame tra quei genitori e il loro figlio non era sano, che non vi era comunicazione e il ragazzo era solo nella sua crescita, che magari è colpa delle sostanze stupefacenti che assumeva e dei videogiochi a cui giocava.

Ma non ho detto nulla di tutto questo. Ho taciuto e ho messo l’accento sulla mancanza d’amore che oggi più che mai si vive, tutto diventa possibile perché 1000 euro sono più importanti dell’amore che abbiamo non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso noi stessi. Siamo qualcuno in base a quello che abbiamo, a quanto possediamo e non a come ci comportiamo e a quanto amore diamo e riceviamo. Purtroppo questo caso è l’ultimo di molte tragedie consumate da ragazzi in preda e artefici dell’istinto di morte che prevale sull’amore.

Ricordiamo infatti Doretta Graneris che a 18 anni con il suo fidanzato nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1975 a Vercelli, uccide i genitori, i nonni maerni e il fratello allora 13 enne. Doretta ha poi dichiarato che l’educazione familiare era troppo rigida

Ferdinando Carretta il 4 agosto 1989 a Parma uccide i genitori e il fratello. Fa credere che i suoi familiari sono partiti per i Caraibi e solo 9 anni più tardi confessa la sua responsabilità in tv.

Pietro Maso il 17 aprile 1991 a 19 anni uccide a bastonate i genitori con l’aiuto di tre amici per ereditare i soldi e fare la bella vita”

Carlo Nicolini a 26 anni il 21 aprile del 1995 a Sestri Levante (Genova) uccide i genitori a colpi di fucile, poi ne dilania i corpi estraendo con le mani le viscere.

Erika De Nardo e Omar Favaro il 21 febbraio 2011 a Novi Ligure (Alessandria) uccidono, con 96 coltellate, la mamma e il fratellino di Erika,

Guglielmo Gatti il 30 luglio del 2005 uccide e fa a pezzi a Brescia gli zii che abitano nell’appartamento in cui lui vive con i genitori.

Valerio Ullasci il 2 dicembre 2008 a 30 anni massacra i genitori nella villetta alle porte di Roma.

Igor Diana il 12 maggio 2016, figlio adottivo uccide a bastonate i genitori nella loro abitazione a Settimo San Pietro, in provincia di Cagliari. Dopo una fuga durata 35 ore arrestato confessa: «E’ stato un raptus e poi si suicida in carcere

Oggi giorno si dà colpa facilmente a tante cose come telefoni, i videogiochi, internet, le brutte compagnie, una «cattiva educazione”, un brutto rapporto con i genitori, la solitudine dei giovani, mancanza di una vita così detta normale. Ma queste sono circostanze, strumenti. Dipende dall’animo umano superare le difficoltà e saper utilizzare le cose che ci circondano per un’azione d’amore e non come motivazione per agire la morte, altrimenti come dice Shakespeare “Il Resto è Silenzio”».

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/01/13/strage-ferrara-lamore-tace-la-morte-parla/

Quando l’ansia di abbandono può diventare tragedia

gennaio 6th, 2017 by marica

gennaio 6, 2017

Il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il discorso di fine anno ha posto l’attenzione sul fatto che in Italia nell’ultimo anno 120 donne sono state uccise dal marito o dal compagno.

Vuol dire una vittima ogni tre giorni.

Che cosa succede? Nonostante tutte le misure seguite a livello statale, regionale e locale sulla lotta contro la violenza alla donna, la statistica indica che dobbiamo ancora lavorare per la risoluzione di questo grave problema che lacera ancora la nostra società.

Dal punto di vista psicologico che cosa accade? Per cominciare a comprendere occorre vedere che cosa avviene all’inizio delle relazioni amorose che poi diventano tragedie.

Come ho detto diverse volte durante convegni e interviste è interessante chiedere a chi subisce violenza l’iter che ha portato alla loro conoscenza e cosa abbia avvicinato la coppia.

La donna vittima di violenza spesso risponde che «sembrava una brava persona l’uomo da sposare, sempre presente, premuroso». Lui invece racconta che «era una bella ragazza dolce ecc…»

E’ difficile da parte di entrambi sentire una descrizione della personalità del proprio partner, le cose che di solito piacciono e quelle che invece danno fastidio.

In realtà sia lui che lei non si conoscono e tutto avviene come in una favola che purtroppo non va a finire bene. La favola che più simboleggia questo tipo di relazioni è quella di Barbablù, nella quale un uomo affascinante, ricco e generoso conquista la più giovane di tre sorelle.

L’uomo però ha una caratteristica negativa rappresentata dalla sua barba blu, colore tipicamente mortifero. La fanciulla che poi diventa la moglie e si trasferisce nel castello di Barbablù è la più giovane e ingenua e quindi sorvola sugli aspetti negativi notati invece dalle sorelle e viene abbagliata solo dalla parte positiva, ma nella realtà la giovane ragazza non conosce il proprio sposo.

E che dire di Barbablù? Ogni donna, che ha osato disobbedirgli ed esplorare al di là di quello che lui mostra, è stata uccisa e rinchiusa in una stanza del castello la cui chiave perde sangue. Barbablù fa conoscere solo la sua parte superficiale perché non accetta la sua parte negativa e teme di non essere amato.

Non solo nelle favole, ma anche nella realtà le persone che non sono amate sono sole, vengono abbandonate. La paura dell’abbandono è un’emozione radicale, universale e quando si è vittima di questo tipo da timore si può diventare carnefice.

Le donne di Barbablù vengono uccise, ma i loro corpi rimangono in una stanza del suo castello imprigionate per sempre e quindi non separate da lui. Per le persone che hanno una forte paura dell’abbandono a volte purtroppo è meglio la morte che la separazione.

La morte toglie il potere all’altra persona e quindi il nucleo simbiotico non si rompe, mentre la separazione distrugge appunto tale simbiosi che nei primi momenti dona alla coppia sensazioni positive, poi toglie energia a quella che diventerà la vittima e infine arma il carnefice della sua stessa energia aggressiva.

La favola di Barbablù finisce con un lieto fine oserei dire a metà. La fanciulla si salva perché fa credere ancora al suo sposo di rispettare le sue regole e accetta apparentemente di essere uccisa, chiede solo di salutare le sue sorelle e invece trova la forza e ricambia mostrando solo la sua parte superficiale costituita dall’ingenuità e dalla sottomissione e chiama invece i fratelli che uccidono poi Barbablù.

Si narra che ci sia un museo dove si può vedere ancora la barba blù in memoria di quell’uomo, ma soprattutto per ricordare il fatto che la donna non deve subire mai violenza.

È importante infine anche sottolineare come nella favola, la donna che subisce violenza non deve mai essere lasciata da sola. Ma la stessa cosa vale anche per il carnefice che con la sua paura dell’abbandono può tornare ad agire e cercare di ritornare in un cerchio simbiotico mortifero, purtroppo anche dopo anni dal primo atto violento.

La coscienza sociale sta infatti crescendo, ed oltre ai centri anti violenza per le donne stanno aumentando i centri in Italia per il recupero di uomini che hanno perpetrato violenza, in modo che l’allontanamento della vittima dal suo carnefice non sia l’unico strumento di risoluzione di questo vasto e complesso problema.

Tuttavia come ho già scritto, tutto questo non basta, occorre, come dice il nostro Presidente, più prevenzione. Ma a questo, di pari passo, vanno aggiunte repressione, più indagini e un adeguato recupero.

Se ci basiamo solo sulle denunce, che poi vengono puntualmente archiviate, lasciamo ancora una volta soli la vittima e il suo carnefice in un vuoto che può diventare davvero pericolo senza tempo.

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/01/06/lansia-abbandono-puo-diventare-tragedia/

Senza speranza, quando il terrore non finisce mai

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/11/02/senza-speranza-quando-il-terrore-non-finisce-mai/

Dal 24 agosto 2016 il centro Italia è diventato uno scenario di distruzione e terrore.

Morti, case, edifici, chiese distrutte, vie di comunicazione interrotte, bloccate.

Tutto quello che era normale prima che la terra tremasse, ora non lo è più.

Le persone non solo hanno perso i propri cari e le proprie abitazioni, ma le proprie abitudini, la sicurezza. Si vive con l’incertezza di una prossima scossa che potrebbe essere ancora più letale delle altre. 100 mila sfollati, oltre 300 morti, intere generazioni spazzate via che devono ricominciare da un’altra parte abbandonando le loro tradizioni e loro storia, 1.100 scosse solo negli ultimi due giorni.

La protezione Civile, Pompieri, Associazioni, Volontari hanno lavorano e lavorano senza sosta per salvare persone e soccorrere feriti e dare i primi sostegni a persone miracolosamente rimaste vive, ma senza più nulla

Oltre le macerie vi è una distruzione interiore che disorienta, che terrorizza, che appiattisce ogni forza, ogni idea. Si è in balia dei soccorsi che sebbene abbiano fatto miracoli non possono arrivare nel cuore e nella mente di tutti. Non si può parlare di paura, ma di trauma che purtroppo condizionerà la vita di molte persone per un tempo che può essere indefinibile, anche perché le scosse continuano e tolgono ogni speranza di una fine.

Ma quali possono essere i sintomi fisici e psicologici che si scatenano in seguito ad eventi di tale entità?

«Sono frequenti insonnia, cefalea, coliti, ansia crisi di panico, disorientamento e confusione» – ci spiega la dottoressa Marica Malagutti, Psicoterapeuta, Psicologa Forense con specializzazione in Diritti Umani Cooperazione allo Sviluppo.


«Occorre riflettere sul fatto che la nostra vita quotidiana è un insieme di abitudini a cominciare da quando ci alziamo dal nostro letto, – aggiunge Marica Malagutti (foto)-  quasi senza porre attenzione facciamo colazione e ci prepariamo per uscire o comunque per svolgere le nostre attività. Immaginiamo di uscire di casa…se ci pensiamo camminiamo anche guardando il cellulare perchè la strada la conosciamo a memoria.
malaguttiOra tutto questo scompare all’improvviso. La nostra mente non può produrre più quegli automatismi che ci rendono sicura la vita…siamo continuamente all’erta, il nostro sistema nervoso produce continuamente sostanze che attivano la paura e la continua ricerca di sicurezza che non viene quasi mai placata nonostante i soccorsi. Le persone più colpite emotivamente sono gli anziani, i bambini e le donne incinta.
I bambini hanno meno capacità di comprensione rispetto quello che accade, ma hanno più risorse per superare il trauma attraverso la fantasia e il gioco. In ogni caso possono soffrire di insonnia, enuresi, irritabilità, possono richiedere la continua presenza di un adulto. Vi sono quindi possibilità che in questo scenario possano svilupparsi problemi di attenzione e quindi anche di apprendimento»

E gli anziani invece?

«Gli anziani possono soffrire particolarmente per la perdita delle proprie abitudini,  – osserva Marica Malagutti – essere particolarmente disorientati non solo per il crollo della propria casa, ma anche per quella della chiesa o luoghi per loro significativi e abituali. Anche l’idea di un trasferimento può causare forte ansia e stress. Le donne in gravidanza hanno una sensibilità maggiore rispetto ad altri momenti della vita e in questo periodo diventa fondamentale il senso della casa come elemento di accoglienza e protezione per sé e il nascituro».

«In seguito al terremoto in Emilia Romagna del 2012, – continua la psicologa –  una giovane donna che viveva con il suo compagno in un appartamento situato non lontano dall’epicentro della scossa, non ha avuto più il coraggio di entrare nella sua abitazione dalle 04 di quella famosa notte del 20 maggio. Dormiva solo poche ore al giorno, vestita con una tuta e le scarpe da ginnastica, a casa dei suoi genitori con accanto un piccolo zaino pieno delle cose essenziali. Si è rivolta a me perché voleva riposare di più e vivere con meno ansia. Dopo una terapia basata sul superamento del trauma, mi ha chiesto di accompagnarla nel suo appartamento, già valutato privo di pericoli e nel quale abitava ancora il suo compagno. Con visite sempre più lunghe e frequenti, prima in mia presenza e poi con altre persone a lei care è riuscita a superare il suo blocco psicologico».

Ma il terremoto del centro Italia è stato più forte caratterizzato da più scosse con conseguenze più gravi non solo dal punto di vista fisico, ma anche emotivo soprattutto per il fatto che sembra non avere fine. «Per questo credo sia importante un supporto psicologico adeguato e prolungato nel tempo agli abitanti di quella zona che contribuisca al superamento del trauma, per affrontare eventuali trasferimenti, per una migliore ricostruzione personale e della realtà circostante» – termina la dottoressa Marica Malagutti.

Depressione e Diritti del fanciullo. La storia di Rosa

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/10/01/depressione-diritti-del-fanciullo-la-storia-rosa/

Nell’articolo precedente si è parlato di bipolarismo in cui possono sussistere episodi depressivi e maniacali.

Ora può essere interessante approfondire lo stato depressivoin relazione alla violazione del benessere e della crescita del fanciullo.

Considerando i Diritti Umani e nello specifico i Diritti del Fanciullo e dell’Adolescente presenti nella Convenzione di New York 1989 è importante notare che nell’Art.3 si evidenziano la protezione e le cure necessarie al benessere del fanciullo.

Anche nell’Art. 30 della nostra Costituzione troviamo il dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. Sembrano solo parole quasi scontate. È normale pensare che i genitori debbano educare i figli, ma è meno comune conoscere l’oggetto dell’educazione e il vero bene dei nostri giovani.

Se noi semplicemente gli induciamo a comportarsi bene e a studiare non consideriamo la complessità del loro bene. A volte presi dal lavoro e da altri impegni non li conosciamo anzi, non li riconosciamo e loro si perdono chiudendosi in sé stessi o fuggendo in gruppi amicali non sempre adeguati o ancora appaiono sintomi fisici come sbalzi di peso e disturbi del sonno.

Ecco infatti il caso di Rosa, una giovane donna tendente all’obesità che quando è venuta nel mio studio la prima volta mi ha detto: “lo so che dovevo venire prima, ma sono indolente e non ho mai voglia di fare le cose“. Rosa lavora in un piccolo ospedale di provincia lontana da dove è nata e cresciuta e i turni non aiutano certo ad una regolarità del sonno e dei pasti.

Dice che non riesce a fiorire come donna è disordinata, sovrappeso e non ha mai avuto un ragazzo. Dalla sua storia emerge una bambina e poi una ragazza studiosa e frequentante la parrocchia. Ha una sorella più giovane, un padre sempre al lavoro e una madre dedita all’ordine della casa e a far da mangiare.

Rosa racconta che non ha mai fatto nulla in casa perché c’era la mamma e la prima volta che è uscita di casa faticava anche a fare il letto.

La giovane donna è ben educata e dopo un buon percorso scolastico ha vinto un concorso e quindi sembra che il ruolo genitoriale abbia dato un buon esito. Ma che cosa non è avvenuto? Nessuno ha educato Rosa a coltivare le sue passioni.

Lei amava suonare e cantare, ma solo la nonna le regalò una chitarra. La mamma preferiva fare le cose da sola e non ha educato la figlia all’ordine dei propri spazi e alla cucina, non solo perché saper gestire la casa e l’alimentazione è importante, ma soprattutto perché era una cosa che potevano condividere e l’apprendimento è tanto più incisivo quando avviene in modo naturale proprio facendo le cose insieme.

Rosa in uno dei colloqui ha riconosciuto anche che non sapeva cosa mangiare perché la mamma decideva sempre lei, questa giovane donna non sapeva nemmeno desiderare. La madre non ha conosciuto e riconosciuto la figlia e Rosa si è chiusa in un attaccamento al cibo sregolato, come sostituto di un blando e deviante attaccamento alla madre.

I sintomi di Rosa erano tristezza, affaticabilità, indolenza, disturbi del sonno e dell’alimentazione. In seguito io stessa mandai la giovane dal medico per verificare la presenza di ipotiroidismo che in effetti era presente. La cosa straordinaria è stata che dopo sei mesi di psicoterapia Rosa ha cominciato un corso di canto che l’ha aiutata a sbloccare la situazione stagnante in cui viveva, ha conosciuto nuove persone, ha vissuto un innamoramento e dulcis in fundus dopo poco più di un anno le analisi del sangue hanno rilevato un miglioramento dei valori tiroidei.

Che cosa è dunque la depressione? Può essere definita anche come un sintomo causato dal non rispetto umano?

Oggigiorno si parla spesso di formazione genitoriale in cui si impara a risolvere i problemi che insorgono con i figli, ma forse sarebbe interessante inserire in questi percorsi anche e soprattutto l’analisi e il riconoscimento delle risorse dei nostri figli e soprattutto come aiutare i nostri giovani a potenziare le proprie capacità ed essere dunque più felici e realizzati.

Probabilmente così facendo i Diritti Umani comincerebbero essere rispettati in un mondo reale partendo proprio dalla famiglia.

D.ssa Marica Malagutti –  Psicoterapeuta – Psicodramma Psicoanalisi -Psicologa Forense – Specializzazione in Diritti Umani Cooperazione allo Sviluppo

Oltre 3 milioni di Italiani soffrono di bipolarismo: sintomi, comportamenti e cura

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/08/30/oltre-3-milioni-italiani-soffrono-bipolarismo-sintomi-comportamenti-cura/

L’età tipica d’esordio del disturbo bipolare è tra i 20 e i 30 anni, ma può insorgere a tutte le età; non c’è differenza tra uomo e donna anche se le donne hanno più episodi depressivi che maniacali.

In Italia a soffrirne sarebbe il 5,5% della popolazione generale.(fonte medici Italia).

Stando a queste cifre in Italia vivrebbero all’incirca oltre 3 milioni di persone affette da disturbi dello spettro bipolare. E quasi la metà si stima non siano a conoscenza di essere affette da questa patologia.

Dietro l’osservazione di comportamenti definiti patologici, dietro una diagnosi, c’è sempre un mondo che deve essere conosciuto e compreso nel profondo, proprio per trovare soluzioni il più efficaci possibile sia per la persona che soffre direttamente sia per la rete familiare. Ma alla fine che cosa ci può essere dietro le quinte del Disturbo Bipolare?

Ma che cosa è il Disturbo Bipolare?

Leggendo manuali psicologici e psichiatrici emerge, in sintesi, che tale disturbo, recentemente, è stato separato dai disturbi depressivi e posto come ponte tra lo spettro della schizofrenia e altri disturbi psicotici e i disturbi depressivi.

Si può parlare di Disturbo bipolare I come la versione moderna del disturbo maniaco-depressivo classico: nello specifico la magior parte degli individui che presentano episodi maniacali hanno anche episodi depressivi.

Nell’episodio maniacale vi è un periodo definito di umore persistentemente elevato, irritabilità, aumento anomalo dell’energia, senso di grandiosità, diminuito bisogno di sonno, maggiore spinta a parlare, successione molto veloce delle idee e distraibilità, agitazione psicomotoria, e grande difficoltà a portare a termine progetti.

Possono comparire comportamenti quali: acquisti incontrollati, atteggiamenti sessuali sconvenienti o investimenti finanziari avventati. Tutto appare possibile e fattibile, può insorgere una sensazione di ingiustizia subita e quindi grande irritabilità, rabbia e intolleranza.

In questa fase possono comparire sensazioni di essere perseguitati, controllati fino a raggiungere il delirio.

L’alterazione dell’umore è sufficientemente grave da causare una marcata compromissione del funzionamento sociale e lavorativo o da richiedere l’ospedalizzazione per manifestazioni lesive contro sè o o altre persone. L’episodio non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza (sostanza d’abuso o farmacologica) o ad altra condizione medica.

Nell’episodio depressivo maggiore l’umore è depresso con perdita del’interesse e piacere. Chi ne soffre si può sentire come triste, vuoto, disperato ed esprimersi anche sotto forma di lunghe lamentele. Vi può essere uno sbalzo del peso corporeo con aumento o diminuzione dell’appetito, disturbi del sonno, agitazioni o rallentamenti psicomotorie, faticabilità e mancanza di energia, sentimenti di svalutazione o di colpa eccessivi.

Ridotta capacità di pensare o concentrarsi o indecisione, pensieri ricorrenti di morte. I sintomi causano disagio e compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Tali sintomi possono insorgere per una perdita significativa (lutto, tracollo finanziario, perdite derivanti da un disastro naturale, una grave patologia ecc).

Nel Disturbo bipolare II vi è depressione maggiore ed episodi ipomaniacali , la cui gravità non compromette il funzionamento sociale e lavorativo.

Nel Disturbo ciclotimico si verificano numerosi episodi maniacali e numerosi periodi con sintomi depressivi che non soddisfano i criteri di depressione maggiore.

Alcune ricerche dicono che una persona su cento può soffrire di disturbo bipolare, di solito il primo episodio del disturbo si sviluppa nella tarda adolescenza o nella prima età adulta, anche se nei bambini può manifestarsi a volte con l’incapacità di raggiungere i normali livelli ponderali.

Le possibili cause sono di natura biologica, ma anche sociale e l’insorgenza dei sintomi può avvenire in seguito ad episodi con alta rilevanza emotiva nella vita dell’individuo.

Il sistema neuroendocrino è fondamentale nella regolazione dell’umore, infatti numerosi dati suggeriscono un’elevata incidenza di depressione in pazienti affetti da ipotiroidismo, da un lato, e un’associazione tra ipertiroidismo e sintomi sia depressivi sia maniacali, dall’altro.

La correzione del difetto metabolico primario spesso coincide con un miglioramento della sintomatologia affettiva. Negli ultimi anni sono stati fatti notevoli progressi nella ricerca sulle anomalie neuroendocrine presenti nel disturbo bipolare, ma il significato clinico di queste anomalie non è ancora del tutto chiaro.

Alcuni interessanti studi utilizzano la risonanza magnetica nucleare (RMN) per dimostrare che i pazienti con disturbo bipolare presentano ipofisi di volume significativamente ridotto rispetto ai controlli sani, mentre questa stessa differenza non si rileva tra i pazienti con depressione unipolare e i controlli sani.

Ma ecco che parlando di Diritti Umani e nello specifico di diritti violati all’interno della rete familiare, non posso non considerare la persona che, per prima mi ha suggerito, senza volere, la strada verso la ricerca e lo studio della sofferenza psicologica come conseguenza della violazione del rispetto umano.

Sto parlando di un uomo che quando l’ho conosciuto parlava lentamente, un uomo grosso non molto alto, con due occhi grandi e chiari che mi sono sembrati sempre buoni e forse ingenui.

Ma la sua storia parla invece di un uomo violento con diversi trattamenti sanitari obbligatori.

La diagnosi è di Disturbo Bipolare. Leggendo e rileggendo i documenti non capivo i motivi delle sue aggressioni. Vi era un’ottima descrizione dei sintomi, anche una buona anamnesi con l’accenno alla rottura di un fidanzamento, un divorzio e l’attuale matrimonio con la nascita di una bambina.

Quante persone rompono i rapporti sentimentali ma non subiscono TSO e per di più, se fosse stato il rapporto con le donne il problema, Marco (nome di fantasia) sarebbe stato violento con le proprie mogli. Invece no. Era violento con uomini.

Qualcosa non tornava; Marco non aveva ancora raccontato tutta la sua storia. Provo a chiedere di più della sua famiglia e, dopo molte resistenze, scopro che l’uomo dagli occhi grandi apparteneva ad una famiglia benestante e proprietaria di terreni e allevamenti di bestiame.

Dopo la morte dell’amato nonno che gli aveva insegnato lavorare anche se era solo un ragazzo, un parente acquisito, molto più vecchio di lui, fa in modo di ereditare tutte le proprietà.

Marco era rimasto senza il nonno, senza soldi e senza lavoro. Il parente lontano aveva abusato della fiducia dei familiari e quindi dello stesso Marco per appropriarsi di tutto o quasi.

I sintomi dell’uomo con gli occhi grandi erano una sensazione di ingiustizia subita e quindi grande irritabilità, rabbia e intolleranza. La strategia per far star bene Marco non era e non sarà mai quindi quella di renderlo il più calmo possibile, ma di aiutarlo invece a svelare la truffa di cui è stato vittima quando era ancora troppo giovane ed eventualmente se questo non è possibile, sostenerlo nel trovare strategie efficaci di realizzazione lavorativa.

Con Comprensione e Rispetto anche se Contraria ad ogni forma di violenza

D.ssa Marica Malagutti –  Psicoterapeuta – Psicodramma Psicoanalisi -Psicologa Forense – Specializzazione in Diritti Umani Cooperazione allo Sviluppo

I genitori non hanno età, la clamorosa sentenza della cassazione

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/07/25/i-genitori-non-hanno-eta-la-clamorosa-sentenza-della-cassazione/

Vagando sulla rete, ho trovato un articolo e poi altri dedicati a un caso in cui la Cassazione afferma che se sussistono le capacità genitorialinon vi sono limiti di età per essere padre e madre.

Non è possibile non soffermarsi su questa straordinaria conclusione della Cassazione e non condividere qualche riflessione con chi ha voglia di leggere e magari anche di aggiungere qualche commento.

I protagonisti di questa storia sono un padre di 75 anni, una madre di 63 e la loro bambina di 6 anni, nata nel 2010 con la fecondazione artificiale. La coppia cercava un figlio dal lontano 1990, hanno provato di tutto compreso l’adozione nazionale e anche quella internazionale, fino ad andare all’estero per attuare la fecondazione artificiale vietata in Italia e finalmente la signora rimane incinta.

Quando la piccola era ancora neonata è stata lasciata sola per pochi minuti in auto nel suo seggiolino, mentre i genitori la tenevano sotto controllo, scaricando l’auto vicino a casa. Avviene una segnalazione dei vicini e incomincia un incubo che raggiunge un momento tragico con la dichiarazione di adottabilità della figlia nel 2013 perché genitori troppo anziani e sbadati.

Da queste informazioni si può dedurre che si tratta di due persone consapevoli che hanno cercato un figlio in età giovane e che i percorsi seguiti forse troppo lunghi hanno fatto sì che l’arrivo di una figlia sia sopraggiunto in un periodo della vita in cui normalmente vi è un calo delle energie, in cui si arriva o si è già in pensione, in cui “normalmente” si diventa nonni.

Ma non per questo possono essere definiti “cattivi genitori”, eserciteranno, senza dubbio, la loro genitorialità in modo diverso da due trentenni, ma non per questo in modo peggiore.

Inoltre è particolarmente apprezzabile come la Suprema Corte abbia criticato le sentenze precedenti pro-adozione in quanto hanno giudicato una gravidanza a 57 anni una “deviazione dalla norma” e che “crea il paradosso del bambino che si occupa dei genitori“. Essere fuori dalla norma non vuol dire che le condizioni siano per forza negative.

La Sentenza della Cassazione afferma che “Lo Stato allorché ha allontanato una neonata dai suoi genitori a poche settimane dalla nascita” ha “indotto” nella bimba “il disagio”.

Ancora una volta emerge il problema degli allontanamenti dei bambini dai loro genitori, come se le persone da sole, senza i loro figli, possano diventare magicamente dei bravi genitori e i bambini senza i legami affettivi fondamentali, importanti per lo sviluppo emotivo e cognitivo possano crescere con un sano equilibrio.

A questo proposito Francesca Emiliani – Università di Bologna afferma che la deprivazione da istituzionalizzazione sia riconosciuta come specifica condizione di rischio evolutivo nell’elenco dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in rapporto alla relazione di attaccamento. Si tratta di un tema che è stato oggetto di studi classici e famosi come quelli di Spitz(1945) e di Bowlby del 1951.

La deprivazione o carenza di cure materne veniva indicata come un quadro di ritardo evolutivo composito, in quanto relativo a tutti gli aspetti dello sviluppo fisico e psicologico e che colpisce soggetti che nell’infanzia non hanno ricevuto cure adeguate.

Bowlby nel 1951 ha sostenuto che i bambini privati dell’opportunità di instaurare una relazione di attaccamento avrebbero sviluppato un carattere anaffettivo.

Negli anni 70’ diversi studi hanno dimostrato che il grave ritardo evolutivo che caratterizzava i bambini che crescevano in un istituto non era dovuto alla separazione della madre in sé ma dipendeva direttamente dalle condizioni carenti, in primo luogo in termini relazionali, della vita di istituto.

Perché invece di allontanare i figli dai loro genitori, non si studiano metodi e programmi finalizzati a sanare eventuali carenze dei nuclei familiari, qualora presentassero reali problematiche?

Perché per indagare e di conseguenza intervenire nell’ambito familiare ci si basa ancora su quello che dicono i vicini di casa come se fossero dei tecnici specializzati a rilevare determinati problemi?

MALAGUTTIA cura delle D.ssa Marica Malagutti – Psicoterapeuta – Psico dramma Psicoanalisi – Psicologa Forense – Specializzazione in Diritti Umani Cooperazione allo Sviluppo.

La speranza verso un cambiamento

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/06/28/la-speranza-verso-un-cambiamento/

Si vuole iniziare questa rubrica “Diritti&Psicologia”riflettendo sul significato delle due parole che compongono questo intenso e profondo titolo.

Diritti intesi come Diritti Umani, definiti come Fondamentali in quanto corrispondono ai bisogni vitali, materiali e spirituali della persona; Universali in quanto appartengono ad ogni essere umano; Inviolabili, in quanto nessuno può esserne privato; Indisponibili in quanto nessuno può rinunciare ad essi.

Psicologia può essere vista come studio dell’anima, come studio dei fenomeni della vita affettiva e mentale delle persone (istinti, emozioni, sentimenti, percezioni, memoria, volontà, intelligenzadell’uomo).

Ora ci chiediamo: quando l’uomo soffre per la violazione dei diritti umani, cosa avviene nella sua mente? È solo sofferenza o diventa vera e propria patologia? E quali sono gli strumenti più adeguati per superare il dolore umano e vivere il meglio possibile?

Si vuole infatti offrire l’opportunità di riflettere e mgari anche di confrontrsi attraverso le risposte dei lettori che lo desiderino sulla sofferenza di oggi caratterizzata da una forte crisi economica, sociale ed etica e cercare nel cuore di ognuno di noi la forza, l’idea e l’azione per un cambiamento radicale e profondo. I cambiamenti umani, sociali positivi e veri non sono veloci, ma poggiano sulle trasformazioni che ogni individuo è capace di fare su se stesso e sul tipo di interazione che riesce a rggiungere con gli altri.

Sarebbe meravigioso creare un’educazione alla conoscenza e al rispetto dei diritti umani, in quanto proprio il rispetto di se stesso e degli altri è un pilastro su cui può svilupparsi la pace, lo sviluppo sociale e la felicità.

Siamo in un periodo storico in cui gli input sono tanti e veloci, i tempi di vita sono accelerati e la mente deve reagire per prendere decisioni che hanno poco spazio di elaborazione. Quindi ecco che la capacità di giudizio, anche nelle piccole cose, può essere distorta, creando di conseguenza un’azione confusiva in sé stesso e nell’altro. Non ci prendiamo più il tempo per pensare, per guardare gli elementi che abbiamo della nostra conoscenza e verificare che quello che abbiamo visto sia vero oppure no. Questo nella vita quotidiana, ma anche in senso clinico oggi giorno è molto frequente.

Nel primo caso quante volte può capitare di sentire ad esempio i genitori che raccomandano al figlio/a di non uscire con quell’amico/a perché non viene da una buona famiglia o frequenta “brutta gente”? Oppure, come reazione a questo pre-giudizio, quante volte ascoltiamo amici o conoscenti che si rifiutano di vedere il passato di quella persona che in quel momento credono di amare, vivendo un un presente irreale e costruito a su misura per assolvere ai loro bisogni affettivi?

Nel mondo clinico, tecnico, terapeutico e riabilitativo si corre a volte lo stesso rischio. Tutte le volte che definiamo una persona senza un’analisi approfondita, si rischia di entrare, senza volere, nel margine dell’errore condizionando il lavoro di sostegno e aiuto alle persone. Gli esempi possono essere purtroppo tanti, ma quello che mi viene sempre in mente e ha cambiato la mia percezione e la mia attenzione nella conoscenza delle persone è quando ero ancora molto giovane e durante uno dei tanti tirocini ho osservato un giovane uomo che dopo una lunga terapia per la disintossicazione da droghe e alcool, una mattina si presenta al Servizio specializzato e in poco tempo ogni stanza aveva tavoli e armadi rovesciati e sangue ovunque.

Che cosa era successo? Questo giovane uomo aveva terminato le terapie farmacologiche, “era pulito” dalle droghe ed è venuta fuori tutto in una volta l’immensa sofferenza che aveva fatto scaturire il bisogno di alcool e sostanze stupefacenti.

Perché gli operatori non hanno previsto questo grave pericolo anche per se stessi? Solo un Trattamento Sanitario Obbligatorio ha placato la situazione. Io non mi sono permessa di giudicare data la mia esperienza e ancora oggi mi limito osservare e farmi delle domande. Poteva andare in modo diverso? Quello che mi limito ad affermare è che tutto questo può avvenire nell’ambito della tossicodipendenza come in tutti gli altri ambiti terapeutici.

Ci possono essere dei tecnici bravissimi, con una conoscenza specialistica molto alta, ma se non vi è una struttura tecnica che preveda una approfondita analisi della situazione delle persone che chiedono una qualsiasi forma di aiuto, si rischia di entrare in un margine di errore che può avere conseguenze gravi. Diventa importante quindi la creazione di un progetto di recupero della persona che sia costruito e verificato insieme alla persona stessa, perché il cambiamento avviene se vi è l’assunzione delle proprie responsabilità e la stessa persona diventa protagonista del proprio miglioramento.

Infine diventa fondamentale verificare se le tecniche attualmente utilizzate per l’aiuto alla persona e alla sua famiglia siano efficaci e coerenti con i Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e in caso contrario studiare nuove tecniche non solo per evitare la sofferenza, ma anche e soprattutto per rendere l’uomo il più felice possibile.

Con Amore e Rispetto verso le persone che chiedono qualsiasi forma di aiuto verso tutti i tecnici e dottori che lavorano per questo

D.ssa Marica Malagutti  Psicologa, Psicoterapeuta Specializzazione in Diritti Umani e Cooperazione allo Sviluppo

Avere paura o soffrire d’ansia? – Il Disturbo d’ansia di separazione

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/12/12/paura-soffrire-dansia-disturbo-dansia-separazione/

Questo è il primo di diversi articoli in cui verranno approfonditi i disturbi d’ansia che comprendono differenti sintomatologie.

Prima di occuparci del primo disturbo d’ansia che è quello di separazione, è importante capire la differenza tra la paura e l’ansia.

La Paura è la risposta emotiva comprendente reazioni fisiologiche conseguenti alla percezione di una minaccia reale e imminente.

Abbiamo paura ad esempio se c’è una persona che ci aggredisce o quando percepiamo una forte scossa di terremoto.

Essa è associata a picchi di attivazione fisiologica ed automatica legati alla lotta o alla fuga, quindi alla difesa della persona stessa e/o delle persone care.

L‘ansia, invece, è l’anticipazione di una minaccia futura: la situazione pericolosa non avviene realmente in quel determinato momento, quindi il fisico ha una reazione legata alla tensione muscolare e vigilanza e a comportamenti di evitamento.

I disturbi d’ansia si differenziano per la tipologia d’oggetti o situazioni che provocano appunto l’ansia o comportamenti d’evitamento e per l’ideazione cognitiva associata. si verificano più frequentemente nelle femmine che nei maschi in un rapporto 2 a 1.

In questo articolo parleremo in modo più specifico dell‘ansia di separazione,che si manifesta con un’ansia eccessiva al momento di lasciare la propria casa o di separarsi da persone a cui è particolarmente attaccati.

Questo disturbo può avere notevoli conseguenze negative nella vita di tutti i giorni, negli ambiti scolatici, lavorativi, sociali, familiari con alterazioni emotive e fisiche.

L’esordio di tale disturbo è spesso nell‘infanzia e più raro nell’età adolescenziale e adulta. È un disturbo ereditabile al 73%. Con una correlazione all’uso di sostanze fino ad arrivare purtroppo, in alcuni casi al suicidio.

A causa di incidenti che possono capitare alle figure di attaccamento e agli eventi che possono portare alla separazione e/o alla perdita delle persone care, ci possono essere sintomi come incubi o alterazioni fisiche di disagio. Nonostante i disturbi si sviluppino spesso durante l’età infantile, possono essere espressi anche in età adulta. Vi può essere paura che accada alle persone affettivamente vicine qualcosa di brutto come malattie, incidenti o addirittura morte. Paura o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola o al lavoro per la paura di lasciare le persone amate.

Paura di stare da soli in casa o altrove senza le persone importanti. Paura di dormire senza le figure di attaccamento e di conseguenza il verificarsi di incubi che implicano temi di separazione. Nei bambini vi può essere la presenza di sintomi fisici come mal di testa, vomito, mal di stomaco, nausea ecc, mentre negli adolescenti e adulti vi possono essere problemi cardiovascolari, vertigini, palpitazioni e sensazioni di svenimento.

I bambini quando vengono separati da casa e dalle figure di riferimento possono mostrare ritiro sociale, apatia, tristezza o difficoltà a concentrarsi nella scuola, nel gioco e poi nel lavoro. Nei bambini tale disturbo può portare al rifiuto della scuola e di conseguenza al rifiuto sociale. I bambini possono provare rabbia e agire aggressività verso le persone che causano la separazione.

A seconda dell’età gli individui possono aver paura degli animali, dei mostri, del buio, dei rapinatori, degli incidenti, dei viaggi aerei.

Nell’età adulta tale disturbo può condizionare determinati momenti della vita come traslochi o il lavoro e la famiglia a causa di un eccessivo bisogno di controllo su colleghi, partners e figli.

Dopo queste note teoriche è importante riflettere sull’importanza di salvaguardare i bambini dall’insorgenza di questo disturbo che può avere forti conseguenze nei futuri adulti sia in ambito affettivo-familiare che come abbiamo visto in quello lavorativo. È importante osservare i bambini che hanno difficoltà nell’addormentamento o risveglio notturno o con disturbi sopra descritti perché potrebbero soffrire d’ansia e non vivere appieno la loro realtà e sviluppare in modo consono le loro capacità.

È fondamentale anche sapere che la deprivazione o carenza di cure materne è stata indicata come un quadro di ritardo evolutivo composito, in quanto relativo a tutti gli aspetti dello sviluppo fisico e psicologico e che colpisce soggetti che nell’infanzia non hanno ricevuto cure adeguate. I bambini privati dell’opportunità di instaurare una relazione di attaccamento possono sviluppare un carattere anaffettivo.

Ecco che per finire, come sempre, viene presentata una breve storia vera che in questo caso riguarda un ragazzo che oggi ha 15 anni e che è stato osservato da quando aveva appena 8 anni e mezzo. Questo giovane che chiameremo Luca è stato messo in casa famiglia per gravi problemi dei suoi genitori.

Il bambino all’età di 9 anni scappa diverse volte per tornare a casa dal suo papà e dalla sua mamma. Non vi è stata quindi molto probabilmente una adeguata elaborazione della separazione dalle figure di attaccamento. Nonostante il buon lavoro degli insegnanti e degli educatori il rendimento scolastico e relazionale non migliora tanto che è stato somministrato un test d’intelligenza che tuttavia non ha messo in evidenza alcun ritardo o disturbo cognitivo.

Luca cresce, diventa adolescente e s’innamora di una coetanea e questo amore diventa motivo di sofferenza: vuole stare sempre con lei, non va a scuola dopo il minimo litigio perchè va a cercare la sua fidanzatina per far pace, per avere il controllo della situazione. Luca è giovane pieno d’energia che non riesce ad utilizzare e a canalizzare nella scuola, nello sport, con gli amici e in un innamoramento sano, ma ricco invece di prese e di abbandoni.

Nonostante siano state utilizzate tutte le strategie possibili per una buona crescita del ragazzo, l’ansia di separazione è stata talmente forte da compromettere il buon funzionamento della personalità portando Luca anche all’uso di sostanze e a fughe scolastiche e dalla stessa comunità.

L’allontanamento delle figure di attaccamento, anche se a volte sembra sia la cosa migliore, può creare in realtà gravi danni che, se non analizzati ed elaborati in modo consono, possono precludere l’equilibrio del futuro adulto.

In questo articolo è stata analizzata l’ansia di separazione nell’infanzia, nel prossimo questo stesso sintomo sarà analizzato nell’ambito della violenza domestica e di genere.

A cura della  D.ssa Marica Malagutti – Psicoterapeuta – Psicodramma Psicoanalisi – Psicologa Forense – Specializzazione in Diritti Umani Cooperazione allo Sviluppo

La Dislessia è definibile davvero un disturbo? Riflessioni tra teoria, casi clinici e biografie

agosto 26th, 2016 by marica

kronos.psicologia

Oggi la scuola è importante più che mai, imparare, ascoltare, leggere e scrivere sono funzioni fondamentale per vivere. Occorre arrivare ad un diploma per poter accedere, se siamo fortunati, ad un lavoro che sta diventando sempre più una chimera invece che un Diritto Fondamentale sancito anche dalla nostra Costituzione.

Ma cosa possiamo fare quando facciamo fatica non solo a studiare, ma anche solamente a leggere e a scrivere? Quante volte i nostri figli, i nostri alunni, sono stanchi, non hanno voglia di andare a scuola di leggere e di fare i compiti? No magari, proprio tu che stai leggendo in questo momento stai faticando con le parole e i numeri e stai cercando soluzioni? La Dislessia è un disturbo ormai conosciuto e di cui tutti ne parlano, ma forse anche abusato per definire ogni difficoltà che chi impara deve affrontare.

Per questo motivo Kronos Psicologia offre articoli gratuitamente conultabili su questo grande tema non solo affrontando gli approcci teorici, ma anche portando esempi concreti, possibili soluzioni, ndirizzi utili e biografile di persone famose che hanno sofferto di questo disturbo o meglio che hanno goduto e sfruttato le proprie potenzialità.

Per incominciare questo viaggio, che io considero meraviglioso, ti consiglio di leggere il primo articolo che è una sintesi breve ed efficace sulla definizione e caratteristiche dei disturbi di apprendimento. Tra esattamente 7 giorni uscirà il prossimo articolo su casi clinici che hanno avuto un buon esito.

Buona lettura!

Breve definizione e caratteristiche die Disturbi di Apprendimento

Prima di parlare nello specifico della Dislessia è importante spere che Disabilità dell’apprendimento è un termine generico che si riferisce a un gruppo eterogeneo di disordini che si manifestano con significative difficoltà nell’acquisizione e uso delle abilità di ascoltare, parlare, leggere, scrivere, ragionare, o matematiche, o abilità sociali. Questi disordini posono essere dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale, altre condizioni di handicap (ad esempio danno sensoriale, ritardo mentale, disturbo sociale ed emotivo), con influenze socio-ambientali (ad esempio differenze culturali, insufficiente o inappropriata istruzione, fattori psicogeni), e specialmente con il disturbo da deficit di attenzione [ADD].

I Disturbi Evolutivi Specifici di Apprendimento (DSA) lasciano intatto il funzionamento intellettivo generale e comprendono diversi disturbi come:

Dislessia: disturbo specifico della decodifica della lettura (in termini di velocità e accuratezza, inversione e/o sostituzione di lettere e numeri), difficoltà nella consapevolezza fonologica (difficoltà nel riconoscere quanti, quali e in che ordine sono i suoni di una parola); quindi la lettura è più lenta e/o meno corretta delle aspettative, in base all’età o alla classe frequentata.

Disortografia: disturbo specifico della scrittura di natura linguistica (in termini di errori di ortografia).

Disgrafia: disturbo specifico della scrittura di natura grafomotoria (in termini di scrittura poco leggibile):

Discalculia: disturbo specifico del sistema dei numeri e del calcolo, difficoltà nell’apprendimento delle tabelline:

Lentezza nell’automatizzazione di diverse abilità: alcuni bambini con DSA possono anche avere difficoltà di coordinazione, di motricità fine, nelle abilità di organizzazione e di sequenza, difficoltà nell’acquisizione delle sequenze temporali (ore, giorni, stagioni, ecc.). In alcuni casi sono presenti anche difficoltà in alcune abilità motorie (ad esempio allacciarsi le scarpe). A volte il bambino potrebbe manifestare anche problemi psicologici, con difficoltà nel rapporto con i compagni e/o con le insegnanti e un rifiuto per la scuola, ma si tratta della conseguenza e non della causa delle difficoltà scolastiche. Anche nella scuola secondaria persistono lentezza ed errori nella lettura, che possono ostacolare la comprensione del significato del testo scritto. I compiti scritti richiedono un forte dispendio di tempo. Il ragazzo appare disorganizzato nelle sue attività, sia a casa sia a scuola. Ha difficoltà a copiare dalla lavagna ed a prendere nota delle istruzioni impartite oralmente, fatica ad esprimere verbalmente quello che pensa. Talvolta perde la fiducia in se stesso e può avere alterazioni dell’umore e del comportamento.

Due tipi di apprendimento alla lettura

L’Apprendimento Globale di Smith e Goodman implica che i bambini imparano a leggere nel modo più piacevole, e nel più breve tempo possibile, semplicemente se gli insegnanti li “immergono” in materiali scritti. [...] Ad esempio gli insegnanti leggono a voce alta ai bambini, mentre essi “seguono” nel testo. Il linguaggio quindi non va „spezzetato“ risulta come un „tutto“

Apprendimento Fonetico I teorici dell’Apprendimento fonetico sostengono che la mancanza dell’insegnamento a un bambino a leggere foneticamente, e la richiesta al bambino di memorizzare centinaia di parole visive produce la dislessia educativa. Oggi, gli editori stanno vendendo libri per bambini in età prescolare con nastri audio, così che il bambino può imparare a leggere con il metodo visivo senza l’aiuto dei genitori. Il bambino svilupperà un handicap di lettura senza la minima idea che quello che sta facendo sia dannoso. Nella scuola materna e nella prima elementare, tutto sembrerà soddisfacente, dato che la maggior parte delle scuole ora usa il metodo visivo e un bambino che entra a scuola avendo già memorizzato un gran numero di parole visive sarà più avanti dei bambini che non l’hanno fatto. Tutti saranno contenti delle prestazioni del bambino. Ma come il bambino va in terza dove le richieste di lettura sono maggiori, coinvolgendo molte nuove parole che la memoria sovraccaricata del bambino non può gestire, il bambino sperimenterà un esaurimento nell’apprendimento. Ma il problema può anche apparire in classe prima elementare se il metodo di insegnamento a scuola è basato sulla fonetica. Quando si impone una tecnica di insegnamento ideografico, soggettiva, imprecisa, su un sistema di scrittura alfabetico-fonetico, che richiede una decodifica precisa, si crea confusione simbolica, conflitto cognitivo, frustrazione e un esaurimento dell’apprendimento.

Federico Bianchi di Castelbianco direttore dell’Istituto Italiano di Ortofonologia sostiene che in Italia un bambino su cinque presenta disturbi di apprendimento ma questo non vuol dire che sia dislessico, eppure viene ritenuto tale ed inserito in un percorso di recupero specifico che rischia di causargli danni notevoli, avendo in realtà solo disturbi comuni.

Una neurodiversità non determina una disabilità di per sé, ma solo ed esclusivamente all’interno della società in cui si manifesta. Conseguenza più importante di questa considerazione è quella di darci la possibilità di respingere l’idea che le differenze nell’apprendimento di lettura, scrittura e calcolo siano necessariamente disfunzionali e da correggere, ma piuttosto che, in quanto espressione della neurodiversità dell’individuo, siano da riconoscere e rispettare.

Le caratteristiche positive presenti in perone che soffrono di DSA sono:

Sono molto curiosi, intuitivi e creativi, hanno una fervida immaginazione e sviluppano facilmente nuove idee e soluzioni.

Hanno un’intelligenza nella norma e/o superiore alla norma, percepiscono un’immagine nel suo complesso e colgono elementi fondamentali di un discorso o di una situazione.

Ragionano in modo dinamico, creando connessioni inusuali che altri difficilmente riescono a sviluppare e apprendono facilmente dall’esperienza.

Ricordano maggiormente i fatti come esperienze di vita, racconti ed esempi e memorizzano più facilmente per immagini.

A presto!

D.ssa Marica Malagutti