Sigaretta elettronica: come funziona, costi ed effetti sulla salute.

giugno 13th, 2017 by marica
Tutte le cose nuove o meglio relativamente nuove hanno bisogno di approfondimenti per dar modo alle persone di poter scegliere con maggior consapevolezza e quindi di essere più liberi nelle proprie decisioni, ma anche per poter guidare i nostri giovani nel modo migliore possibile.
Questa inchiesta realizzata dalla Voce del Trentino è nata proprio per far luce o meglio ordine su una moltitudine di informazioni sulla sigaretta elettronica nel mondo dei giovani.
Un articolo non basterebbe e dunque è necessaria un’inchiesta composta da cinque articoli che approfondiranno rispettivamente la storia e il funzionamento delle e-cig, i suoi effetti sulla salute, come ci si deve comportare difronte alla legge, l’utilizzo nei giovani e il mercato di questo oggetto sempre più alla moda.
Che cosa è dunque la sigaretta elettronica? – Detta anche e-cigarette o e-cig è un dispositivo elettronico che inala vapore senza fare uso di combustione. È nata come alternativa alle sigarette, sigari e pipe, infatti, lo svapatore o più semplicemente vaper nell’utilizzo dell’e-cig mima le azioni del fumatore e le percezioni sensoriali sono più o meno simili a seconda della concentrazione di nicotina. Per essere precisi si definiscono sigarette elettroniche si quei dispositivi già precaricati di liquido con nicotina e quelli contenenti cartucce con nicotina, non i dispositivi e gli accessori elettronici come i cavetti Usb.

Tutte le cose nuove o meglio relativamente nuove hanno bisogno di approfondimenti per dar modo alle persone di poter scegliere con maggior consapevolezza e quindi di essere più liberi nelle proprie decisioni, ma anche per poter guidare i nostri giovani nel modo migliore possibile.
Questa inchiesta realizzata dalla Voce del Trentino è nata proprio per far luce o meglio ordine su una moltitudine di informazioni sulla sigaretta elettronica nel mondo dei giovani.
Un articolo non basterebbe e dunque è necessaria un’inchiesta composta da cinque articoli che approfondiranno rispettivamente la storia e il funzionamento delle e-cig, i suoi effetti sulla salute, come ci si deve comportare difronte alla legge, l’utilizzo nei giovani e il mercato di questo oggetto sempre più alla moda.
Che cosa è dunque la sigaretta elettronica? – Detta anche e-cigarette o e-cig è un dispositivo elettronico che inala vapore senza fare uso di combustione. È nata come alternativa alle sigarette, sigari e pipe, infatti, lo svapatore o più semplicemente vaper nell’utilizzo dell’e-cig mima le azioni del fumatore e le percezioni sensoriali sono più o meno simili a seconda della concentrazione di nicotina. Per essere precisi si definiscono sigarette elettroniche si quei dispositivi già precaricati di liquido con nicotina e quelli contenenti cartucce con nicotina, non i dispositivi e gli accessori elettronici come i cavetti Usb.

Come si compone? Al suo interno si trova: un vaporizzatore, una batteria ricaricabile e un filtro costituito da materiale plastico ipoallergenico. Quest’ultimo contiene una cartuccia che può essere sostituita o ricaricata manualmente con un liquido specifico per sigaretta elettronica contenente glicole propilenico, glicerolo e nicotina. In alternativa si può utilizzare un serbatoio denominato “Tank” che funge da “filtro” e che può essere ricaricato più volte. Il liquido può essere già premiscelato oppure utilizzando aromi a scelta e nicotina in concentrazione variabile.

Le e-cig si caratterizzano dal Calore del vapore inalato; dalla Resa aromatica, ovvero la corposità e il gusto dell’aroma del liquido; dall’Hit (o colpo in gola), vale a dire dalla percezione del vapore e dall’eventuale quantità di nicotina diluita nel liquido; dalla Fumosità, ovvero, quantità e densità di vapore.

Alcuni sapori assomigliano al tabacco e nello specifico si possono trovare anche quelli assomiglinti alle diverse marche di sigarette. Altri possono invece contenere aromi alimentari liquirizia, vaniglia, fragola, menta, caffè, ecc. La nicotina viene usualmente diluita in una soluzione di glicerina, propilenglicole e acqua, in varie concentrazioni.

Come funziona? – Quando l’utilizzatore inala, il flusso d’aria viene individuato da un sensore presente nella batteria che a sua volta viene attivata. Il vaporizzatore, alimentato dalla batteria riscalda la soluzione liquida, contenuta nella cartuccia presente nel “filtro” o nel “Tank”, che, a sua volta, provvede a inumidire un avvolgimento ad archetto presente sulla sommità del vaporizzatore stesso.

Durante l’inalazione si accende un led di colore rosso scuro posto all’altra estremità del dispositivo, simulando così anche il tipico colore rosso della combustione di una tradizionale sigaretta. Ultimamente vengono prodotte batterie con led di diversi colori forse anche per evitare problemi nei locali pubblici in cui non sarebbe difficile scambiare l’e-cig con una sigaretta noemale.

Quando nasce? – Ripercorrendo alcune tappe dello sviluppo della sigaretta elettronica si scopre che il primo brevetto è stato depositato da Herbert A. Gilbert nel 1965 con il nome di Ruyan che significa “quasi fumo”. Viene commercializzato per la prima volta nel 2003 a Pechino dal farmacista cinese Hon Lik, grazie al Gruppo Golden Holding Dragon di Hong Kong. Nel 2006 invece le sigarette elettroniche vengono introdotte in Europa e tra il 2006 e il 2007 negli Stati Uniti.

Nel 2008 in Turchia viene vietato il commercio delle e-cigarettes. Il Ministero della Sanità e Direttore, Mahmut Tokaç, sostiene le sigarette elettroniche sono tanto dannose per la salute, quanto lo è il fumo normale. Sempre nello stesso anno L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non considera la sigaretta elettronica un aiuto reale per smettere di fumare, reputandolo un metodo insicuro ed incerto.

Nel 2009 in America la Food and Drug Administration (FDA) si oppone all’ingresso di sigarette elettroniche negli Stati Uniti e riceve da Barack Obana l’incarico di regolamentare l’industria del tabacco, ma nello stesso anno nasce la E-Cigarette Association (ECA), composta da produttori di sigarette elettroniche, distributori e dettaglianti, nata in difesa dei diritti del fumatore.

Nel 2010 la Corte di Appello degli Stati Uniti a Washington limita la regolamentazione da parte della FDA solo alle E-cigarettes come un prodotto a base di tabacco, a meno che non siano presenti opportune indicazioni terapeutiche certificate.

Nel 2011 il Dipartimento dei Trasporti statunitense, vieta l’uso di sigarette elettroniche sugli aerei e sulle linee ferroviarie (compresi Bus e Taxi), annunciando l’intenzione di emettere a breve un divieto ufficiale e la FDA regolamenta l’E-sigarette sull’atto ufficiale “Food, Drug and Cosmetics Act”.

Nel 2012 in Germania circa 1,2 milioni di utenti sigaretta elettronica marciano pacificamente a Düsseldorf in segno di protesta verso il Governo che tarda ad emettere sentenza sulla questione. Nasce quindi una legge che permette l’utilizzo e il commercio legalizzato della sigaretta elettronica.

Nel 2013 in Italia il dibattito sulle norme è ancora acceso, mentre i commercio è libero.

Dopo aver descritto la sigaretta elettronica nel prossimo articolo ci occuperemo degli eventuali danni alla salute. – continua –

Tragedia Trento: quando lo specchio si rompe i padri uccidono i figli

giugno 13th, 2017 by marica

È a dir poco agghiacciante il figlicidio e suicidio di Gabriele Sorrentino, un uomo, scrive la stampa, che aveva problemi finanziari e doveva fare il rogito per l’acquisto di un appartamento di lusso.
Due bambini colpiti con un martello.
Simbolicamente parlando, si può porre attenzione alla funzionalità dello strumento di morte utilizzato da Sorrentino: un martello serve per piantare chiodi e per fare questo li si appiattisce.
I figli e sottolineo che questo può essere solo un’ipotesi, avrebbero potuto, nella mente del padre, essere un ostacolo alla sua realizzazione finanziaria e personale e allo stesso tempo l’elemento per il quale dover essere perfetto.

È a dir poco agghiacciante il figlicidio e suicidio di Gabriele Sorrentino, un uomo, scrive la stampa, che aveva problemi finanziari e doveva fare il rogito per l’acquisto di un appartamento di lusso.
Due bambini colpiti con un martello.
Simbolicamente parlando, si può porre attenzione alla funzionalità dello strumento di morte utilizzato da Sorrentino: un martello serve per piantare chiodi e per fare questo li si appiattisce.
I figli e sottolineo che questo può essere solo un’ipotesi, avrebbero potuto, nella mente del padre, essere un ostacolo alla sua realizzazione finanziaria e personale e allo stesso tempo l’elemento per il quale dover essere perfetto.

Il padre ha appiattito i figli proprio come chi pianta un chiodo al muro.

Sorrentino si suicida perché ha realizzato l’orrore di cui è stato artefice o perché l’immagine di brava persona è stata infranta dalla sua stessa mano?

Questa è una domanda a cui purtroppo non si può rispondere, ma che in generale è importante porsi per evitare altre tragedie. Gabriele e la moglie avevano un Suv della Volvo e l’appartamento che avrebbero dovuto acquistare del un valore di un milione e 200 mila euro.

Come facevano un brooker finanziario ex carabiniere fino al 2014, e una veterinaria ad avere possibilità economiche per l’acquisto di un tale immobile?

Le uniche ipotesi sono un’eredità o qualche strategia finanziaria e proprio forse quest’ultima, alla fine non realizzata. Il sogno di avere una vita agiata era solo di Gabriele, di entrambi o uno dei due voleva accontentare l’altro?

Anche la morte di Sorrentino fa pensare, buttarsi giù da una rupe è gettarsi nel vuoto. Quando si è in alto, se non ci sono gli strumenti per volare, si precipita. Se non ci sono i soldi, i sogni di agiatezza precipitano e si distruggono.

Sembra che il figlicidio in Italia purtroppo sia in aumento e che questa atroce azione sia realizzata dai padri quasi il doppio delle volte rispetto alle madri.

Perchè un padre uccide i propri figli? Le situazioni possono essere molteplici, ma alla base è la minaccia della propria potenza e nel momento in cui realizzano quello che hanno fatto si suicidano.

Quale malessere può sottostare ad un figlicidio? La depressione che può mascherarsi o può nascondersi dietro a comportamenti maniacali come molto lavoro, ambizione economica e di una vita agiata. Questo tipo di persone spesso nascondono le proprie difficoltà emotive e quando i problemi aumentano si isolano, si chiudono nella loro solitudine perché per loro non solo è quasi impossibile chiedere aiuto, ma anche e soprattutto non possono rivelare agli altri la propria parte fragile.

Se non esprimono perfezione si sentono impotenti e potrebbero colpire persone che da loro dipendono. Anche la mitologia greca ci può venire in aiuto per approfondire dal punta di vista simbolico questa tragedia. Crono, (Lo Scorrere) il figlio più giovane di Urano e Gea (Il Cielo stellato e la Terra) si unisce a Rea (Colei da cui tutto scorre) e prima che i loro figli raggiungessero le ginocchia della madre li divorava per timore di perdere il proprio potere.

Come prevenire queste tragedie? Senz’altro separare il valore inestimabile ed unico della persona dal suo lavoro e dai soldi, insegnare alle nuove generazioni che non esistono le famiglie del Mulino Bianco, che la perfezione non è una carriera lavorativa, tanti soldi e una famiglia impeccabile agli occhi degli altri. La perfezione è fatta dalle nostre meravigliose imperfezioni che se condivise e accettate dagli altri creano vita e amore.

Purtroppo nella realtà di oggi le cose sono diverse, ricordo infatti una giovane donna che ho seguito molti anni fa che si è rivolta a me perché confusa e ansiosa, faticava dormire alla notte. Il suo compagno sembrava un uomo perfetto, una buona carriera professionale, gentile e simpatico, un bell’uomo, ma i soldi sparivano da casa.

Poco tempo dopo la signora oltre a tante cose, scoprì un elenco infinito di siti di scommesse a cui accedeva il suo compagno. Durante la separazione il problema sollevato non era tanto il comportamento di lui, quanto la violazione della privacy di lei. È più difficile rompere lo specchio della perfezione rispetto al fatto di condividere le proprie difficoltà.

Dentro la famiglia, sarebbe essenziale che tutti ci ascoltassimo: quante delle frasi che rivolgiamo a un coniuge, a un figlio, sono di apprezzamento e non di critica distruttiva? Quanto sappiamo festeggiare un evento positivo, invece di fare regolarmente l’elenco di tutte le mancanze, i difetti e i limiti dell’altro? Quanto sappiamo sostenere un uomo, in crisi profonda, padre o marito o figlio che sia, cercando insieme il frammento di azzurro, lo spazio di cambiamento e di speranza, anche nel cielo più nero? Dando risposte concrete e non vuote parole?

Quando la disperazione e l’angoscia del domani, per povertà, perdita del lavoro, solitudine, colpiscono parti importanti della società è necessario riconoscere i segni. Impegnarsi per ridurre molte delle ingiustizie sociali modificabili. E non usare la parola “raptus” per eliminare indignati il dolore e la disperazione dal nostro orizzonte di sguardo.

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/03/30/tragedia-trento-lo-specchio-si-rompe-padri-uccidono-figli/

I genitori non hanno età, ma per la Corte di Appello di Torino sì

giugno 9th, 2017 by marica

L’estate scorsa la redazione della “Voce del Trentino” si è occupata di due genitori: un padre di 75 anni, una madre di 63 e la loro bambina di 6 anni, nata nel 2010 con la fecondazione artificiale vietata in Italia.
Dopo i più svariati tentativi e il passare degli anni, la coppia è dovuta andare all’estero perchè ancora nel nostro paese non vi è una legislazione che regolamenti una realtà che è in continuo mutamento, così, ancora una volta, solo chi ha soldi, può fare quello che vuole, naturalmente fuori dal nostro paese.
Sembra incredibile che lasciare pochi minuti da sola la bimba in auto nel suo seggiolino pur tenendola sotto controllo al fine di scaricare il bagagliaio, comporti una segnalazione. Ma per la coppia questo è solo l’inizio di un incubo che approda ad una procedura di adottabilità perché genitori troppo anziani e sbadati.
Tuttavia la Sentenza della Cassazione afferma che “Lo Stato allorché ha allontanato una neonata dai suoi genitori a poche settimane dalla nascita” ha “indotto” nella bimba “il disagio“. Sembrava tutto risolto, un incubo finito e invece è stata accolta la richiesta del procuratore della minore di adottabilità.

L’estate scorsa la redazione della “Voce del Trentino” si è occupata di due genitori: un padre di 75 anni, una madre di 63 e la loro bambina di 6 anni, nata nel 2010 con la fecondazione artificiale vietata in Italia.
Dopo i più svariati tentativi e il passare degli anni, la coppia è dovuta andare all’estero perchè ancora nel nostro paese non vi è una legislazione che regolamenti una realtà che è in continuo mutamento, così, ancora una volta, solo chi ha soldi, può fare quello che vuole, naturalmente fuori dal nostro paese.
Sembra incredibile che lasciare pochi minuti da sola la bimba in auto nel suo seggiolino pur tenendola sotto controllo al fine di scaricare il bagagliaio, comporti una segnalazione. Ma per la coppia questo è solo l’inizio di un incubo che approda ad una procedura di adottabilità perché genitori troppo anziani e sbadati.
Tuttavia la Sentenza della Cassazione afferma che “Lo Stato allorché ha allontanato una neonata dai suoi genitori a poche settimane dalla nascita” ha “indotto” nella bimba “il disagio“. Sembrava tutto risolto, un incubo finito e invece è stata accolta la richiesta del procuratore della minore di adottabilità.

Come può una bambina essere adottata con due genitori vivi, sani e non violenti? Come si potrà spiegare a quella che sarà una giovane donna che un decreto le ha tolto i genitori, i quali la desideravano da sempre e che hanno lottato e continuano a farlo per riaverla con loro e per amarla come forse nessuno può fare? E i due genitori adottivi sono al corrente di quello che sta avvenendo? In caso affermativo come possono dormire conoscendo la verità? In caso negativo, non avrebbero il diritto di sapere al fine di esercitare al meglio la loro parte genitoriale e scegliere la cosa giusta per quella bambina e i suoi veri e vivi genitori?

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/03/22/genitori-non-eta-la-corte-appello-torino-si

Istinto di vita, istinto di morte.

giugno 9th, 2017 by marica

Ecco cosa può capitare a una persona che è stato descritta piena di vita con la passione per le moto e per la musica.
Dopo un incidente in pista, durante una gara, Fabiano Antoniani era ancora pieno di vita e si è dedicato alla musica, ma è solo in seguito all’incidente che lo ha reso cieco e tetraplegico che cambia tutto.
Non si può muovere e non può vedere, completamente dipendente dagli altri.
Come si può pensare che l’istinto di vita inteso in modo freudiano, come ricerca del piacere possa prevalere su thanatos istinto di morte, come ritorno allo stato inorganico di non vita? In questi casi come in molti altri dove vi è la coscienza, ma la completa dipendenza degli altri o da macchine,si può pensare e forse condividere che il desiderio di un ritorno allo stato di non vita non possa prevalere?

Ecco cosa può capitare a una persona che è stato descritta piena di vita con la passione per le moto e per la musica.
Dopo un incidente in pista, durante una gara, Fabiano Antoniani era ancora pieno di vita e si è dedicato alla musica, ma è solo in seguito all’incidente che lo ha reso cieco e tetraplegico che cambia tutto.
Non si può muovere e non può vedere, completamente dipendente dagli altri.
Come si può pensare che l’istinto di vita inteso in modo freudiano, come ricerca del piacere possa prevalere su thanatos istinto di morte, come ritorno allo stato inorganico di non vita? In questi casi come in molti altri dove vi è la coscienza, ma la completa dipendenza degli altri o da macchine,si può pensare e forse condividere che il desiderio di un ritorno allo stato di non vita non possa prevalere?

Se si è fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni vitali e non è stato possibile cambiare nulla e la persona volontarialmente decide che quello che sta vivendo non è più degno di chiamarsi vita, forse non è naturale desiderare di smettere di soffrire? Anche gli animali quando si ammalano gravemente si isolano per morire ed è un istinto naturale.

Ma ecco un altro caso. Una donna che a causa di una poliomelite, legata ad un polmone artificiale da 59 anni, ha detto “grazie per ogni respiro“, Giovanna Romanato, immobile fisicamente legata giorno e notte ad una macchina per respirare è piena di vita, legge guarda tv e riceve amici, telefona. Nel pieno della sua infanzia è stata bloccata in tutto, non potendo correre, giocare andare a scuola, ma la voglia di vivere non è mai scomparsa.

Fabiano e Giovanna due persone immobili e coscienti, ma con storie completamente diverse e scelte opposte. È giusta la scelta di Fabiano o quella di Giovanna? È giusto l’istinto di vita o di morte? In questo caso non si può parlare di giustizia, ma su due scelte umane e naturali che occorre rispettare e sostenere in entrambi i casi. Per questo diventa importante definire una legislazione adeguata alle diverse situazioni.

Ancora vi sono casi come quello di Rosalba Giusti che, dopo 4 anni di coma, una notte si sveglia e chiama per nome l’infermiera. Se per caso, prima di entrare in coma avesse avuto la possibilità di scegliere di staccare le macchine, si sarebbe forse mai risvegliata.

Ora l’Italia si trova a decidere su una legislazione che regolamenti la morte. Non è una cosa semplice. Alla Camera si discute sulla volontà di cure mediche per una persona cosciente che immagina di non esserlo più e di non poter più scegliere, quindi con possibilità di distacco di macchine dal proprio corpo. Questo può essere chiamato anche eutanasia passiva. In questo caso tuttavia, diventa importante la volontà delle persone care e i familiari che possono desiderare il risveglio della persona che amano anche dopo anni. Tali sentimenti vanno rispettati, tanto amore va protetto e la legge di questo deve tenerne conto.

Il suicidio assistito, come quello che avviene in Svizzera nella casetta azzurra vista ormai in tutti i Tg, presuppone la possibilità per un paziente, in seguito ad un colloquio, all’analisi clinica e ad un prescrizione medica, di porre fine alla propria vita solitamente attraverso un farmaco. In questo caso la persona che fa questo tipo di scelta ha discusso con i propri cari sulla sua decisione ed è aiutato e sostenuto come nel caso di Dj Fabo.

Vivere o morire non è giusto o sbagliato. Difficile e fondamentale è capire se la scelta del paziente è consapevole e se il tipo di legame con le persone vicine sia adeguato nel momento in cui un parente possa prendere una decisione al posto dello stesso paziente.

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/03/14/istinto-vita-istinto-morte/

Sentenza Tribunale di Trento: I bambini crescono bene con due papà?

giugno 9th, 2017 by marica


L’Italia, a differenza di altri paesi che possiedono già una legislazione consolidata, sta affrontando in questo periodo due temi fondamentali della vita: la Nascita e la Morte.

In questo primo articolo cercheremo di rispondere alla domanda se i bambini possono crescere bene con due genitori dello stesso sesso.

Per la prima volta, nel nostro paese e nello specifico a Trento, il tribunale ha riconosciuto la genitorialità a due uomini diventati padri di due gemelli nati negli Stati Uniti d’America attraverso la maternità surrogata.

L’art. 30 della nostra Costituzione riconosce il dovere e il e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio…La legge assicura ai figli “nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima…”. Non vi è quindi alcuna precisazione sul fatto che i genitori siano o no dello stesso sesso.

Ma quando è stato sancito questo articolo forse non si poteva immaginare ancora una famiglia formata da due uomini o due donne. Fino poco tempo fa, essere omosessule era considerato una perversione, una cosa sbagliata, una vergogna.

Amare presuppone rispetto, libertà, è un verbo nobile, non perverso. Manipolare per ottenere qualcosa o peggio qualcuno è nocivo non solo per chi subisce, ma anche per chi agisce. Quindi, se due persone, che non possono aver figli, lottano per un’adozione o una maternità surrogata o per qualsiasi altra metodologia al fine di avere un bambino, guidati solamente da un desiderio, come se un essere umano fosse un oggetto o strumento, allora si agisce in modo patologico oltre che sbagliato, ma se si è guidati dall’amore ben venga che due uomini o due donne possano accogliere bambini. L’unica cosa che si possa auspicare è che tutto questo non diventi un mercato di bambini, di donne, di vita

In qualsiasi tipo di coppia si forma al di là del sesso un sistema in cui uno dei due individui esercita la funzione paterna e l’altro quella materna. Un tempo, mentre i padri erano marginali all’educazione dei figli, davano poca confidenza, le madri erano concentrate sia sulla casa che sull’educazione dei figli.

In questi ultimi anni si è osservata una molteplicità di rapporti familiari: ci sono genitori che danno fin troppa confidenza diventando amici dei propri figli, ci sono quelli che delegano a nonni e baby sitter o ad investigatori privati perchè troppo presi dal proprio lavoro, ci sono quelli che mentre il papà fa il “mammo”, la madre è oberata e impegnata a dare regole boicottate dallo stesso papà, ma esiste anche l’inverso quelli in cui la madre si fa complice dei figli e distrugge la volontà paterna, poi ci sono quelli, che per fortuna non sono così rari, che collaborano e danno le regole insieme dopo averne discusso e sono intercambiabli sia nell’educazione che nella gestione della famiglia.

In una coppia di due uomini, come in quella di due donne vi è sempre uno dei due che ha più caratteristiche maschili e l’altro femminili. Se esiste un’interscambio tra un uomo e una donna del ruolo paterno e materno perché non dovrebbe esistere tra due persone dello stesso sesso in cui spesso avviene in modo più evidente?

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/03/14/sentenza-tribunale-trento-bambini-crescono-bene-due-papa/

Essere un pochino egoisti aiuta se stessi?

giugno 9th, 2017 by marica


Tutti abbiamo detto a qualcuno ”sei un egoista” con spregio e magari anche un po’ arrabbiati.

Diciamo ”egoista” a nostro marito, a nostra moglie ai nostri figli, parenti amici e colleghi.

Oppure possiamo essere accusati di pensare solo a noi stessi, di non accorgerci di chi ci vuole bene, di chi ci sta vicino al lavoro o anche a scuola.

Anche quando amiamo una persona spesso la vogliamo vicino, non solo per il piacere di stare insieme, ma anche perchè così siamo tranquilli che il nostro caro non sia con altre persone o che gli possa capitare qualcosa.

Questo comportamento, quindi, non è solo espressione di amore, ma anche della nostra tranquillità rispetto al timore di non essere amati o di perdere quella tal persona o anche magari timorosi che le cose non vadano secondo quell’ideale di amore che abbiamo appreso dall’educazione ricevuta o dagli spunti culturali come film, libri ecc.

Vi racconto purtroppo la storia di un uomo istruito, un maestro elementare, una persona sola che pensava esclusivamente alla propria sicurezza e che riuscì a raggiungere il suo più grande obiettivo che era quello di avere in banca, 20 anni prima del nuovo secolo, 1.000.000 delle vecchie lire.

Questo era il suo scopo, non aveva figli e moglie, viveva ancora con la sua vecchia madre sia per paura della solitudine, che per risparmiare e quindi accumulare soldi sul conto corrente. Solo dopo la morte dell’anziana signora, il maestro cominciò ad andare a trovare dei parenti fuori città, non tanto per questioni affettive, quanto per un forte bisogno di sicurezza.

Pretendeva che il cugino con figli e nipoti si trasferisse solo perché lui si sentiva solo. I parenti non accettarono, ma contraccambiarono l’invito. Per queste persone sarebbe stato un piacere aiutare l’anziano maestro e lo pregarono di trasferirsi anche perché dove abitava non aveva legami e invece loro avevano una rete sociale allargata e figli inseriti a scuola.

I soldi del ricco maestro non erano così importanti rispetto alla vita serena costruita da anni in una piccola città di provincia. Ma il maestro non voleva cambiare ne casa, ne le sue abitudini e allora per un bisogno di sicurezza l’anziano signore si fidò dei vicini di casa che gli promisero compagnia, lo raggirarono e lui, pensando solo a se stesso, non fu in grado di capire chi aveva di fronte e che cosa stesse succedendo.

Derubato di tutti i suoi averi, il ricco maestro morì povero e solo in una casa di cura lontano dagli unici parenti che gli avevano voluto bene e ai quali purtroppo non aveva raccontato nulla perché offeso della loro scelta.

Ma che cosa significa davvero egoista? Tale aggettivo usato in modo così frequente deriva dal latino ego, che significa IO. Si tratta quindi di quella persona che si preoccupa unicamente di sé stesso, del proprio benessere tendendo a escludere chiunque altro dalla partecipazione ai beni materiali o spirituali che egli possiede e a cui è gelosamente attaccato.

Ci sono diverse teorie che abbracciano questo argomento, ma quella che in questo contesto specifico diventa importante è il punto di vista psicologico. Tale teoria presuppone che l’uomo è motivato sempre dai propri interessi, anche quando si tratta di azioni che sembrano altruistiche. Per esempio, è chiaro che i vicini di casa del vecchio maestro pensassero ai loro interessi, ma anche i parenti hanno pensato alla sicurezza della loro vita serena che poteva cambiare in una città nuova dove i figli dovevano ambientarsi.

Ed infine lo stesso maestro, chiedendo di trasferirsi ai propri parenti, stava pensando alla propria paura della solitudine anche se aveva promesso l’eredità a chi si sarebbe preso cura di lui. In questo caso si può parlare anche di edonismo psicologico, secondo cui la motivazione finale dell’azione umana è il desiderio di sperimentare il piacere o di evitare il dolore come proprio il ricco signore che cercava una sicurezza rappresentata dalla presenza di qualcuno che avrebbe potuto stargli vicino proprio per evitare forse il grande dolore della solitudine.

Quindi in questa situazione, come del resto sempre accade, ognuno pensa al proprio benessere anche se sembra che pensi anche agli altri. Per una vita felice ed equilibrata non solo per l’individuo, ma anche della società dovrebbero coesistere in maniera equilibrata due istinti: l’istinto di sopravvivenza e l’istinto della conservazione della specie.

Nel primo caso l’individuo lotta per sopravvivere anche a scapito degli altri. Questo capita anche nelle relazioni umane. La persona più forte vince sul debole sia fisicamente che psicologicamente, ma la conservazione della specie è un istinto altrettanto forte. Molti animali vivono in branco e collaborano per il cibo e per la protezione.

Anche l’uomo vive in gruppi sociali, culturali, affettivi e secondo ordinamenti fatti di regole e leggi per la sopravvivenza dell’individuo e del gruppo di appartenenza. Il legame tra questi due istinti, solo apparentemente distinti, può essere sintetizzato da una frase al contempo semplice e di una potenza inestimabile: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Noi dobbiamo amarci né più ne né meno rispetto alle altre persone.

Dobbiamo amare gli altri esattamente come noi stessi: in questo modo sparirebbe l’egoismo, ma anche quel buonismo che ci fa aiutare gli altri senza aver fatto conto con le nostre possibilità e che quindi di conseguenza si va a chiedere di ritorno qualcosa che l’altro non si aspetta di restituire perché il messaggio era inevitabilmente confuso.

http://http://www.lavocedeltrentino.it/2017/02/13/un-pochino-egoisti-aiuta/

13 enne allontanato dalla mamma perché effeminato: il dramma dei minori che rimangono soli.

giugno 9th, 2017 by marica


Ci sono diversi casi che come professionista, ma anche come semplice lettrice della stampa mi fanno pensare o meglio preoccupare rispetto alle famiglie di oggi.

Le separazioni sono all’ordine del giorno, ma purtroppo sono solo la fase opposta dei matrimoni, in cui si rimane legati non per amore, ma per odio.

Non si può parlare quindi di vera separazione perché non vi è libertà.

I genitori continuano a lottare uno contro l’altro e i figli ne subiscono le conseguenze.

Anche se ci sono diversi strumenti istituzionali, pubblici e privati che intervengono a sostegno di queste problematiche, ancora molte cose non funzionano, ancora la sofferenza sovrasta non solo gli attori principali della separazione, ma anche figli e parenti.

Non è possibile che come si legge sui giornali un ragazzino di 13 anni venga allontanato dalla mamma per un comportamento effeminato, ma anche in altri casi per alta conflittualità o ancora perché non vuole vedere uno dei genitori.

Sul caso del ragazzo effeminato il dispositivo del tribunale dei minori di Padova scrive: «…tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio. Il suo comportamento è legato quasi esclusivamente a figure femminili. Detiene un’Identità sessuale incerta – L’adolescente non potrà, dunque, più stare con la madre. Madre con cui il rapporto, secondo il Tribunale, era viziato da “aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale”. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale, il 13enne si era presentato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto alle unghie e brillantini sul viso. Tanto è bastato a decretare l’allontanamento dalla famiglia nonostante la replica della madre secondo cui il ragazzo si era presentato truccato solo in occasione di una festa di Halloween in terza elementare. In ogni caso, ha sottolineato la donna, “se anche fosse omosessuale per me non sarebbe certo un problema…”».

Sarebbe interessante valutare la realizzazione personale e lavorativa di chi ha passato gli anni dell’infanzia e/o adolescenza in una comunità.

Dopo anni di esperienza nel mio lavoro ho raccolto testimonianze di giovani adulti che sono stati istituzionalizzati e la sofferenza di queste persone è veramente grande, ma quello che ha detto una bambina di appena 5 anni fa veramente riflettere.

Un giorno mentre descriveva un episodio del suo breve passato, ha esordito riferendosi alla comunità in cui era stata inserita: “quando ero in nessun posto…” come possiamo pensare che un minore possa imparare, giocare, crescere in modo adeguato senza un affetto e un punto di riferimento importante?

Sicuramente se un bambino manifesta problematiche scolastiche e relazionali dovrà frequentare un “dopo scuola“, laboratori per migliorare e crescere in modo consono e i genitori potranno fare percorsi personali o sulla genitorialità, ma spezzare legami affettivi può creare danni ben più gravi di quelli iniziali.

È importante sapere infine che la deprivazione o carenza di cure materne viene indicata come un quadro di ritardo evolutivo composito, in quanto relativo a tutti gli aspetti dello sviluppo fisico e psicologico e che colpisce soggetti che nell’infanzia non hanno ricevuto cure adeguate.

Bowlby nel 1951 ha sostenuto che i bambini privati dell’opportunità di instaurare una relazione di attaccamento avrebbero sviluppato un carattere anaffettivo. Negli anni 70’ diversi studi hanno dimostrato che il grave ritardo evolutivo che caratterizzava i bambini che crescevano in un istituto non era dovuto alla separazione della madre in sé ma dipendeva direttamente dalle condizioni carenti, in primo luogo in termini relazionali, della vita di istituto.

Occorre quindi una ricerca approfondita e longitudinale per valutare i metodi di sostegno famigliare presenti nel nostro Paese e in questo caso prendo spunto da quello che mi ha detto un ragazzo che fin da bambino entrava in comunità e poi regolarmente scappava a casa proprio da quei genitori che erano stati definiti maltrattanti. ” Io non ho niente contro la comunità anche perché mi aiutano a studiare, ma ho voglia della mia mamma, del mio papà e dei miei fratelli”.

La soluzione trovata insieme al ragazzo e agli operatori sociali è stata quella di inserire il ragazzo in una struttura non lontana da casa, introdurre telefonate quotidiane e il rientro a casa il venerdì pomeriggio dopo i compiti e per tutte le feste.

Il compromesso trovato in questo caso ha aiutato sia il ragazzo che i genitori a superare il dolore della lontananza e di costruire un progetto concreto di cambiamento.

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/01/14/13-enne-allontanato-dalla-mamma-perche-effeminato-dramma-dei-minori-rimangono-soli/

Strage Ferrara: «quando l’amore tace la morte parla»

gennaio 13th, 2017 by marica

Non è possibile! Ha la mia età e abita in provincia di Ferrara, lo potrei conoscere oppure potrei essere amico di persone che lo conoscono… come ha potuto solo immaginare di far del male ai suoi genitori e ha addirittura organizzato la loro morte.

Mamma, mi dici perché?

Così ha esordito mio figlioquando ha saputo dell’omicidio di due persone uccise in modo premeditato, quindi pensato, organizzato dal loro stesso figlio 16 enne, che ha chiesto all’amico di compiere il massacro in cambio di 1.000 euro.

Il fatto che non andasse bene a scuola che uscisse alla sera che magari fumasse degli spinelli non può essere considerato una causa, ma un campanello d’allarme che può suggerire che qualcosa non va, anzi che tutto non va.

Tutti siamo pronti a giudicare e a trovare una spiegazione. Perché secomprendiamo abbiamo la speranza o meglio l’illusione di controllare la realtà che ci circonda ed evitare che la paura, il dolore, la violenza e l’orrore entrino nelle nostre vite e ci sovrastino.

Quante persone, quanti genitori avranno ascoltato e letto di questa tremenda tragedia paragonando la propria vita a quella dei protagonisti di questa storia. È un meccanismo inevitabile, inconscio.

In questi casi occorre invece fermarci e rimanere in silenzio. Due ragazzi, minorenni, hanno eliminato due genitori e non è tanto importante la motivazione a cui possono giungere gli inquirenti, quanto la distruzione di quello che dovrebbe essere l’amore più profondo e grande: quello tra genitori e figli.

Cosa posso rispondere ora a mio figlio? Se parlassi professionalmente sarebbe inevitabile rispondere che il legame tra quei genitori e il loro figlio non era sano, che non vi era comunicazione e il ragazzo era solo nella sua crescita, che magari è colpa delle sostanze stupefacenti che assumeva e dei videogiochi a cui giocava.

Ma non ho detto nulla di tutto questo. Ho taciuto e ho messo l’accento sulla mancanza d’amore che oggi più che mai si vive, tutto diventa possibile perché 1000 euro sono più importanti dell’amore che abbiamo non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso noi stessi. Siamo qualcuno in base a quello che abbiamo, a quanto possediamo e non a come ci comportiamo e a quanto amore diamo e riceviamo. Purtroppo questo caso è l’ultimo di molte tragedie consumate da ragazzi in preda e artefici dell’istinto di morte che prevale sull’amore.

Ricordiamo infatti Doretta Graneris che a 18 anni con il suo fidanzato nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1975 a Vercelli, uccide i genitori, i nonni maerni e il fratello allora 13 enne. Doretta ha poi dichiarato che l’educazione familiare era troppo rigida

Ferdinando Carretta il 4 agosto 1989 a Parma uccide i genitori e il fratello. Fa credere che i suoi familiari sono partiti per i Caraibi e solo 9 anni più tardi confessa la sua responsabilità in tv.

Pietro Maso il 17 aprile 1991 a 19 anni uccide a bastonate i genitori con l’aiuto di tre amici per ereditare i soldi e fare la bella vita”

Carlo Nicolini a 26 anni il 21 aprile del 1995 a Sestri Levante (Genova) uccide i genitori a colpi di fucile, poi ne dilania i corpi estraendo con le mani le viscere.

Erika De Nardo e Omar Favaro il 21 febbraio 2011 a Novi Ligure (Alessandria) uccidono, con 96 coltellate, la mamma e il fratellino di Erika,

Guglielmo Gatti il 30 luglio del 2005 uccide e fa a pezzi a Brescia gli zii che abitano nell’appartamento in cui lui vive con i genitori.

Valerio Ullasci il 2 dicembre 2008 a 30 anni massacra i genitori nella villetta alle porte di Roma.

Igor Diana il 12 maggio 2016, figlio adottivo uccide a bastonate i genitori nella loro abitazione a Settimo San Pietro, in provincia di Cagliari. Dopo una fuga durata 35 ore arrestato confessa: «E’ stato un raptus e poi si suicida in carcere

Oggi giorno si dà colpa facilmente a tante cose come telefoni, i videogiochi, internet, le brutte compagnie, una «cattiva educazione”, un brutto rapporto con i genitori, la solitudine dei giovani, mancanza di una vita così detta normale. Ma queste sono circostanze, strumenti. Dipende dall’animo umano superare le difficoltà e saper utilizzare le cose che ci circondano per un’azione d’amore e non come motivazione per agire la morte, altrimenti come dice Shakespeare “Il Resto è Silenzio”».

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/01/13/strage-ferrara-lamore-tace-la-morte-parla/

Quando l’ansia di abbandono può diventare tragedia

gennaio 6th, 2017 by marica

gennaio 6, 2017

Il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il discorso di fine anno ha posto l’attenzione sul fatto che in Italia nell’ultimo anno 120 donne sono state uccise dal marito o dal compagno.

Vuol dire una vittima ogni tre giorni.

Che cosa succede? Nonostante tutte le misure seguite a livello statale, regionale e locale sulla lotta contro la violenza alla donna, la statistica indica che dobbiamo ancora lavorare per la risoluzione di questo grave problema che lacera ancora la nostra società.

Dal punto di vista psicologico che cosa accade? Per cominciare a comprendere occorre vedere che cosa avviene all’inizio delle relazioni amorose che poi diventano tragedie.

Come ho detto diverse volte durante convegni e interviste è interessante chiedere a chi subisce violenza l’iter che ha portato alla loro conoscenza e cosa abbia avvicinato la coppia.

La donna vittima di violenza spesso risponde che «sembrava una brava persona l’uomo da sposare, sempre presente, premuroso». Lui invece racconta che «era una bella ragazza dolce ecc…»

E’ difficile da parte di entrambi sentire una descrizione della personalità del proprio partner, le cose che di solito piacciono e quelle che invece danno fastidio.

In realtà sia lui che lei non si conoscono e tutto avviene come in una favola che purtroppo non va a finire bene. La favola che più simboleggia questo tipo di relazioni è quella di Barbablù, nella quale un uomo affascinante, ricco e generoso conquista la più giovane di tre sorelle.

L’uomo però ha una caratteristica negativa rappresentata dalla sua barba blu, colore tipicamente mortifero. La fanciulla che poi diventa la moglie e si trasferisce nel castello di Barbablù è la più giovane e ingenua e quindi sorvola sugli aspetti negativi notati invece dalle sorelle e viene abbagliata solo dalla parte positiva, ma nella realtà la giovane ragazza non conosce il proprio sposo.

E che dire di Barbablù? Ogni donna, che ha osato disobbedirgli ed esplorare al di là di quello che lui mostra, è stata uccisa e rinchiusa in una stanza del castello la cui chiave perde sangue. Barbablù fa conoscere solo la sua parte superficiale perché non accetta la sua parte negativa e teme di non essere amato.

Non solo nelle favole, ma anche nella realtà le persone che non sono amate sono sole, vengono abbandonate. La paura dell’abbandono è un’emozione radicale, universale e quando si è vittima di questo tipo da timore si può diventare carnefice.

Le donne di Barbablù vengono uccise, ma i loro corpi rimangono in una stanza del suo castello imprigionate per sempre e quindi non separate da lui. Per le persone che hanno una forte paura dell’abbandono a volte purtroppo è meglio la morte che la separazione.

La morte toglie il potere all’altra persona e quindi il nucleo simbiotico non si rompe, mentre la separazione distrugge appunto tale simbiosi che nei primi momenti dona alla coppia sensazioni positive, poi toglie energia a quella che diventerà la vittima e infine arma il carnefice della sua stessa energia aggressiva.

La favola di Barbablù finisce con un lieto fine oserei dire a metà. La fanciulla si salva perché fa credere ancora al suo sposo di rispettare le sue regole e accetta apparentemente di essere uccisa, chiede solo di salutare le sue sorelle e invece trova la forza e ricambia mostrando solo la sua parte superficiale costituita dall’ingenuità e dalla sottomissione e chiama invece i fratelli che uccidono poi Barbablù.

Si narra che ci sia un museo dove si può vedere ancora la barba blù in memoria di quell’uomo, ma soprattutto per ricordare il fatto che la donna non deve subire mai violenza.

È importante infine anche sottolineare come nella favola, la donna che subisce violenza non deve mai essere lasciata da sola. Ma la stessa cosa vale anche per il carnefice che con la sua paura dell’abbandono può tornare ad agire e cercare di ritornare in un cerchio simbiotico mortifero, purtroppo anche dopo anni dal primo atto violento.

La coscienza sociale sta infatti crescendo, ed oltre ai centri anti violenza per le donne stanno aumentando i centri in Italia per il recupero di uomini che hanno perpetrato violenza, in modo che l’allontanamento della vittima dal suo carnefice non sia l’unico strumento di risoluzione di questo vasto e complesso problema.

Tuttavia come ho già scritto, tutto questo non basta, occorre, come dice il nostro Presidente, più prevenzione. Ma a questo, di pari passo, vanno aggiunte repressione, più indagini e un adeguato recupero.

Se ci basiamo solo sulle denunce, che poi vengono puntualmente archiviate, lasciamo ancora una volta soli la vittima e il suo carnefice in un vuoto che può diventare davvero pericolo senza tempo.

http://www.lavocedeltrentino.it/2017/01/06/lansia-abbandono-puo-diventare-tragedia/

Senza speranza, quando il terrore non finisce mai

dicembre 12th, 2016 by marica

http://www.lavocedeltrentino.it/2016/11/02/senza-speranza-quando-il-terrore-non-finisce-mai/

Dal 24 agosto 2016 il centro Italia è diventato uno scenario di distruzione e terrore.

Morti, case, edifici, chiese distrutte, vie di comunicazione interrotte, bloccate.

Tutto quello che era normale prima che la terra tremasse, ora non lo è più.

Le persone non solo hanno perso i propri cari e le proprie abitazioni, ma le proprie abitudini, la sicurezza. Si vive con l’incertezza di una prossima scossa che potrebbe essere ancora più letale delle altre. 100 mila sfollati, oltre 300 morti, intere generazioni spazzate via che devono ricominciare da un’altra parte abbandonando le loro tradizioni e loro storia, 1.100 scosse solo negli ultimi due giorni.

La protezione Civile, Pompieri, Associazioni, Volontari hanno lavorano e lavorano senza sosta per salvare persone e soccorrere feriti e dare i primi sostegni a persone miracolosamente rimaste vive, ma senza più nulla

Oltre le macerie vi è una distruzione interiore che disorienta, che terrorizza, che appiattisce ogni forza, ogni idea. Si è in balia dei soccorsi che sebbene abbiano fatto miracoli non possono arrivare nel cuore e nella mente di tutti. Non si può parlare di paura, ma di trauma che purtroppo condizionerà la vita di molte persone per un tempo che può essere indefinibile, anche perché le scosse continuano e tolgono ogni speranza di una fine.

Ma quali possono essere i sintomi fisici e psicologici che si scatenano in seguito ad eventi di tale entità?

«Sono frequenti insonnia, cefalea, coliti, ansia crisi di panico, disorientamento e confusione» – ci spiega la dottoressa Marica Malagutti, Psicoterapeuta, Psicologa Forense con specializzazione in Diritti Umani Cooperazione allo Sviluppo.


«Occorre riflettere sul fatto che la nostra vita quotidiana è un insieme di abitudini a cominciare da quando ci alziamo dal nostro letto, – aggiunge Marica Malagutti (foto)-  quasi senza porre attenzione facciamo colazione e ci prepariamo per uscire o comunque per svolgere le nostre attività. Immaginiamo di uscire di casa…se ci pensiamo camminiamo anche guardando il cellulare perchè la strada la conosciamo a memoria.
malaguttiOra tutto questo scompare all’improvviso. La nostra mente non può produrre più quegli automatismi che ci rendono sicura la vita…siamo continuamente all’erta, il nostro sistema nervoso produce continuamente sostanze che attivano la paura e la continua ricerca di sicurezza che non viene quasi mai placata nonostante i soccorsi. Le persone più colpite emotivamente sono gli anziani, i bambini e le donne incinta.
I bambini hanno meno capacità di comprensione rispetto quello che accade, ma hanno più risorse per superare il trauma attraverso la fantasia e il gioco. In ogni caso possono soffrire di insonnia, enuresi, irritabilità, possono richiedere la continua presenza di un adulto. Vi sono quindi possibilità che in questo scenario possano svilupparsi problemi di attenzione e quindi anche di apprendimento»

E gli anziani invece?

«Gli anziani possono soffrire particolarmente per la perdita delle proprie abitudini,  – osserva Marica Malagutti – essere particolarmente disorientati non solo per il crollo della propria casa, ma anche per quella della chiesa o luoghi per loro significativi e abituali. Anche l’idea di un trasferimento può causare forte ansia e stress. Le donne in gravidanza hanno una sensibilità maggiore rispetto ad altri momenti della vita e in questo periodo diventa fondamentale il senso della casa come elemento di accoglienza e protezione per sé e il nascituro».

«In seguito al terremoto in Emilia Romagna del 2012, – continua la psicologa –  una giovane donna che viveva con il suo compagno in un appartamento situato non lontano dall’epicentro della scossa, non ha avuto più il coraggio di entrare nella sua abitazione dalle 04 di quella famosa notte del 20 maggio. Dormiva solo poche ore al giorno, vestita con una tuta e le scarpe da ginnastica, a casa dei suoi genitori con accanto un piccolo zaino pieno delle cose essenziali. Si è rivolta a me perché voleva riposare di più e vivere con meno ansia. Dopo una terapia basata sul superamento del trauma, mi ha chiesto di accompagnarla nel suo appartamento, già valutato privo di pericoli e nel quale abitava ancora il suo compagno. Con visite sempre più lunghe e frequenti, prima in mia presenza e poi con altre persone a lei care è riuscita a superare il suo blocco psicologico».

Ma il terremoto del centro Italia è stato più forte caratterizzato da più scosse con conseguenze più gravi non solo dal punto di vista fisico, ma anche emotivo soprattutto per il fatto che sembra non avere fine. «Per questo credo sia importante un supporto psicologico adeguato e prolungato nel tempo agli abitanti di quella zona che contribuisca al superamento del trauma, per affrontare eventuali trasferimenti, per una migliore ricostruzione personale e della realtà circostante» – termina la dottoressa Marica Malagutti.